Processi cognitivi

Il permesso di pensare: come “riaccendere” la nostra mente

Nel precedente articolo ( “Quella confusione mi blocca: cosa succede quando la mente si “spegne”) abbiamo visto come la costruzione schemi logici per comprendere la realtà si sviluppi sin dalle prime fasi del ciclo di vita ed abbia da essere sostenuta da un ambiente stimolante che incoraggi e sostenga la capacità del bambino di pensare.  In questo vedremo come si sviluppa l’ingiunzione .

Le Ingiunzioni, secondo la teoria dell’Analisi Transazionale, sono messaggi con i quali i genitori comunicano al bambino ciò che egli NON deve fare o essere per andare bene. Questo tipo di comunicazione trae origine dalle loro difficoltà nel gestire alcuni aspetti della propria vita e dalla sofferenza che ne deriva, sofferenza che può tradursi in un ad un bisogno fondamentale del bambino che nella mente del genitore determina o rievoca quella sofferenza (in questo caso il bisogno di pensare e di veder riconosciuto il proprio pensiero del bambino può riattivare nel genitore angosce profonde legate alla sua storia di vita).

Trattandosi di sentimenti e vissuti non pienamente consapevoli neanche al genitore stesso, inoltre, spesso si traducono in messaggi relazionali caricati di una affettività negativa (di critica, o irretimento) che vengono trasmessi per lo più in modo indiretto ed implicito, attraverso messaggi sia verbali che, prevalentemente, non verbali.

Vediamo quali sono le comunicazioni che inibiscono la nostra capacità di pensare: 

  1. Verbali dirette: comunicazioni di critica e giudizio rispetto al pensiero del bambino (“non capisci nulla”, “sei il solito stupido”, “hai detto la solita cavolata”, “in certi casi è meglio che tu stia zitto”),
  2. Verbali indirette: si tratta di svalutazioni della capacità dei bambini di comprendere ciò che accade (“i bambini non possono capire certi discorsi”) o incoraggiamenti a non esprimere il proprio pensiero (“certe volte il silenzio è la miglior soluzione”, “è meglio star zitti se si rischia di fare una brutta figura, ecc…);
  3. Paraverbali: uso di un tono sarcastico o di rimprovero nel commentare ciò che il bambino dice (“è arrivato il genio di casa”, “sentiamo un po’, cosa avresti da dire tu in merito a questo?”);
  4. Non verbali, quali l’interruzione sistematica dei discorsi del bambino quando questi esprime il proprio pensiero ed espressione infastidita e movimenti del corpo tesi a sottolinearne la scarsa importanza;
  5. Modellamento nel non pensare, che deriva dall’osservazione di figure di accudimento che affrontano i problemi ricorrendo a strategie in cui la capacità di pensare è inibita (come l’evitamento o l’impulsività).

Come possiamo immaginare, in un ambiente di crescita così strutturato ci sono poche possibilità che il bambino veda sostenuta e validata la propria capacità di pensare e, nella misura in cui accoglie questa ingiunzione e la fa propria, può maturare la convinzione di non essere capace di pensare.

Un’altra situazione in cui è possibile che il bambino accolga l’ingiunzione “Non pensare” può essere quella il cui l’ambiente di accudimento è caratterizzato da una forte spinta alla simbiosi.  Il messaggio ingiuntivo prevalente è “non pensare quello che pensi tu, pensa a quello che penso io”. L’inibizione della capacità di pensare, in questo caso, attecchisce nella misura in cui il bambino capisce che per mantenere la relazione con un genitore che fatica a riconoscerlo come una persona separata con una propria emotività ed un proprio pensiero, ha da rinunciare alla sua capacità di pensare.

Sia che si convinca di non essere in grado di pensare sia che decida di non pensare per assicurarsi la vicinanza di un genitore che non riconosce la sua alterità, il crescere in un ambiente che non sostiene e valida la capacità di pensare del bambino aumenta le probabilità che questi utilizzi il Non pensare come una strategia prevalente per affrontare i problemi.

Accade, così, che anche da adulta, la persona che obbedisce a tale ingiunzione possa bloccare le proprie capacità di pensiero o rinunciare ad utilizzare la propria intelligenza nelle circostanze che lo riportano a situazioni difficili vissute.

La soluzione, in questi casi, è darsi il permesso di pensare.

Fare questo, soprattutto se si è cresciuti in un ambiente altamente svalutante o simbiotico, può non essere semplice poiché richiama l’angoscia di perdere la relazione con i propri genitori.

In questo caso, un percorso di psicoterapia può rappresentare l’ambiente elettivo in cui sperimentarsi come persone capaci di pensare all’interno di un contesto protettivo e di una relazione sicura.


Giacometto, R., Vasale, M., Focà, F., Scilligo, P., Tauriello, S., & Rosa, V. (2006). Le ingiunzioni “Non Pensare” e “Non Essere Sano” e gli stati dell’Io Sé. Psicologia, Psicoterapia e Salute, 12(1).

Goulding, M. M., & Goulding, R. L. (1983). Il cambiamento di vita nella terapia ridecisionale. Astrolabio.

 

 

The following two tabs change content below.

dr.ssa Angela Barlotti

Psicologa, Psicoterapeuta, esperta in Psicodiagnosi. Si occupa di disturbi psicologici in adolescenza ed età adulta e disturbi psichiatrici. Effettua valutazioni di personalità mediante colloquio clinico e batteria di test psicologici, con stesura di un profilo diagnostico utile ai fini clinici e legali.

Cosa ne pensi?

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.