Età evolutiva

Gli stili educativi: autoritario o autorevole?

Quello del genitore risulta il ruolo più complesso al mondo quindi è più facile giudicare gli altri genitori che fermare ad osservare noi stessi. Noi adulti ci lamentiamo spesso di un mondo che ignora i bisogni affettivi delle persone e poi pretendiamo che i nostri figli si uniformino a metodi o false credenze popolari. Per educare i nostri figli  bisogna “ritornare a noi”.

Questo è già  una cosa molto complessa, figuriamoci nel ruolo genitoriale.

Raccogliamo dai nostri figli quello che seminiamo durante gli anni. Se seminiamo fiducia ed ascolto è probabile che li raccoglieremo. Se li lasciamo liberi di esprimersi con i loro modi e i loro tempi senza avere paura di noi, senza i nostri giudizi, punizioni o senza aspettarsi premi in cambio, cresceremo persone capaci di mettersi alla prova sperimentando gioie  e cadute, ma anche in grado di rialzarsi non soltanto in funzione  dei risultati che ottengono ma dando valore a se stessi  in quanto persone.

“Rispettare le emozioni di un bambino significa permettergli di sentire chi è, di prendere coscienza di se stesso in quel preciso momento. Significa considerarlo un soggetto unico, consentendogli di mostrarsi diverso da noi, una persona che ha il diritto di rispondere in modo del tutto personale alla domanda: Chi sono? Significa anche aiutarlo a realizzarsi, a costruire il suo passato e immaginare il suo futuro, a prendere coscienza delle sue risorse, delle sue forze come delle sue mancanze” (I. Filliozat)

Noi adulti a volte ci dimentichiamo di questo, non vediamo il bambino che abbiamo davanti come altro da noi, piuttosto come qualcosa di nostro, inglobandolo. Pertanto pensiamo di avere tutte le soluzioni giuste per lui poiché noi siamo grandi, abbiamo esperienza, sappiamo tutto. Nei personali stili educativi riproponiamo la strada che abbiamo percorso/ricevuto dalla nostra famiglia che però a volte ci ha fatto anche molto soffrire quando eravamo piccoli, un modello “antico” che si tramanda da generazione in generazione. Molto importante è evitare di confondere le proprie paure con il dovere di porre dei confini al bambino. Per esempio quando il bambino entra nella fase di voler esplorare il mondo,e, mettiamo il caso, sfugge alla mamma che sta chiacchierando con un’amica e si mette a gironzolare al parco per conto proprio, una cosa è dire: “Dove eri? Sei cattivo perché sei scappato” o anche “Dove sei andato? Non lo fare mai più altrimenti non ti porto più al parco!”, perché la mamma si è messa paura non vedendolo più, un’altra cosa  è dire: “Dove eri? Bravo che sei tornato”, insegnandogli che può affrontare il mondo con sicurezza e fiducia, sapendo di essere comunque guardato e protetto dai genitori.

Essere genitori significa assumerci la responsabilità fisica ed emotiva dei figli. Questo a sua volta implica fare il possibile per non reprimere né loro né le nostre emozioni, ma sforzarci insieme di instaurare una relazione fatta di limiti chiari, condivisi comunicati con rispetto e responsabilità.

Cosa significa educare? Per avere un minimo di coordinate che aiutino a ri-orientarsi, è necessario tornare all’etimologia della parola educare. Essa deriva dal latino e-ducere che significa letteralmente “condurre fuori”, quindi liberare, far venire alla luce qualcosa che è nascosto. Quindi l’educazione non è l’insegnamento che forgia e foggia, di sapore ottocentesco. L’educazione trae invece dalla persona ciò che ha già in potenziale, ciò che ha da sviluppare di autentico, di proprio. In base a queste parole vediamo benissimo che la disciplina è fondata sulla libertà. L’idea tradizionale di educazione si basa sull’imposizione dell’autorità per ottenere obbedienza e controllo in modo da dipendere quasi totalmente da noi. A che prezzo otterremmo figli così educati da assomigliare dei robot?

Questo stile educativo, definito autoritario è tipico del  genitore insicuro di quello che comunica insicurezza e spesso urla o fa il “vocione”. Si caratterizza per richiedere l’obbedienza; la persona “autoritaria” non scende a compromessi ricorrendo anche a metodi coercitivi e punitivi il potere, come in questi esempi, limita la libertà personale dell’altro perché manca la capacità di ascoltare, di comprendere e crea una relazione basata sulla sottomissione oppure sul conflitto. Ad esempio uno studente obbedisce all’insegnante solo perché lo riconosce come colui che ha un potere legittimato dal ruolo che assume nel contesto scolastico che è quello autoritario SI FA COSI  e basta (senza scegliere insieme, senza sentire i bisogni dell’altro, senza dare spiegazioni/guide del perché è meglio fare una scelta che un’altra) oppure proprio perché da piccoli abbiamo troppo sofferto di questo modello autoritario si lascia i nostri figli abbastanza liberi (stile permissivo). Il rischio in questo caso è che i bambini possono disorientarsi senza limiti e confini. Ricordiamo sempre che noi adulti comunichiamo ai nostri figli più con l’esempio. Il potere genera forze che inevitabilmente loro distruggeranno o lo sostituiranno: il potere si morde la coda, soffoca la creatività, fa venir meno la fiducia, l’intimità, l’amore. Se ci mettiamo dal punto di vista dei bambini, la disciplina basata sul potere implica la mancata espressione dei loro bisogni e dei loro sentimenti.

Vi inviterei a fare un piccolo esercizio: ricordatevi di voi quando eravate piccoli in un momento in cui i vostri genitori vi imponevano la loro volontà con la forza senza che voi avevate motivo di esprimere la vostra  idea, sensazione emozione. Come vi sentivate? Se siete genitori o state per diventarlo chiedetevi se volete davvero far rivivere la stessa esperienza a loro o viceversa trasformare e trasmettere loro altri modi di relazionarsi a se stessi e agli altri.  Alla parte opposta dell’autorità c’è il permissivismo, cioè quell’atteggiamento caratterizzato dalla convinzione che tutto sia. Dall’altro canto abbiamo invece lo stile autorevole. Essere autorevoli implica un uso sapiente del limite che è in funzione dell’ansia del genitore: i limiti che pone un genitore ansioso, quindi insicuro, non sono altro, in realtà, che i suoi stessi limiti, e con questo intendo i suoi nodi o le sue problematiche irrisolte. Il genitore in questo modo non fa altro che proiettare sul bambino le sue ansie e le sue paure.

Quali sono le caratteristiche principali di questo stile autorevole?

Si può affermare che il genitore autorevole (o, quantomeno, il prototipo del genitore autorevole):

  • È in grado di gestire le attività dei figli in modo equilibrato e ragionevole.
  • Incoraggia gli scambi e i confronti verbali, purché avvengano in modo regolato e leale.
  • Fornisce spiegazioni adeguate riguardo le regole e la loro applicazione e cerca di dare una risposta ad eventuali obiezioni o critiche.
  • Promuove l’autonomia e l’autodeterminazione dei figli ma pretende da loro disciplina e rispetto.
  • Riconosce le qualità e le potenzialità presenti nei figli e cerca di capire come poterle fare sviluppare e indirizzare nel futuro.
  • Esercita una forma di controllo ferma ma non restrittiva sui figli.
  • Si presenta come una persona adulta in grado di riconoscere il punto di vista (dunque i bisogni e i desideri) di un bambino o di un adolescente.
  • Non basa le proprie decisioni sui desideri dei figli.

Da quanto affermato in questi punti, il genitore autorevole non evita in alcun modo di controllare i figli e talvolta lo fa in maniera ferma e decisa.
A tale scopo, nei casi in cui fosse necessario, non si esime dal comminare punizioni, ma lo fa motivandole e cercando in tutti i modi di renderle equilibrate.

In poche parole, il genitore autorevole concepisce la punizione come un’occasione per insegnare ai figli qualcosa.

In questo senso, la punizione non diventa un mero esercizio di potere o un momentaneo sfogo di rabbia.

Ciò vuole dire che è sempre l’adulto colei o colui che deve esercitare la propria autorità sui figli e non viceversa. Dunque, lo stile parentale autorevole definisce in modo chiaramente quali sono i ruoli in famiglia.

L’autorità esercitata in modo autorevole permette, fin dai primi anni di vita dei bambini, di fare comprendere quali sono i limiti e le regole da rispettare, definire i confini come persone. In altre parole, permette la formazione del proprio Sé o del proprio mondo interiore. Non è un caso che molti studi in psicologia mostrino che i figli di genitori autorevoli riescano a regolare le proprie emozioni in modo più adeguato dei figli di genitori autoritari, permissivi e indifferenti.

Come trasmettere autorevolezza?

L’autorevolezza può essere trasmessa in moltissimi modi: il bambino la sente prima di tutto dal tono della voce oltre che dalle parole, dal modo in cui gli vengono insegnate le cose oltre che dai contenuti che vengono passati. Ma, per essere autorevoli, è necessario lavorare su di sé, mettendosi in discussione per primi come individui prima ancora che come genitori, elaborando il rapporto con i propri genitori e identificando le proprie paure, le proprie ansie e i propri bisogni. Il genitore deve superare la propria crisi d’identità da cui derivano tutte le sue insicurezze, così come le sue ansie. Solo così sarà in grado di aiutare i figli a crescere e a sviluppare la loro identità

 

Qual è il genitore perfetto? Non esiste un genitore perfetto né tantomeno migliore di altri, ma sicuramente il modo di prendersi cura del bambino influenza il suo sviluppo psicofisico.

Si discute sempre sull’essere genitori autorevoli ma non autoritari, ma come si fa?
I genitori autorevoli sono coloro che riescono a dosare autorità e dialogo, fermezza e comprensione, capacità di imporsi e negoziazione.
Questo comportamento, pur adeguandosi alle diverse età dei figli, rimane uno stile costante nella relazione con essi.
Infatti dovremmo sempre ricordarci che siamo all’interno di una relazione, basata su un profondo ascolto dell’altro. Sì, perché nostro figlio è “altro” da noi e l’arduo compito che abbiamo è proprio rispettare la sua unicità e le sue vere inclinazioni.

 

Come essere genitori autorevoli nella vita di tutti i giorni?

Proviamo con qualche suggerimento pratico:

– precisione: chiarezza e non ambiguità nel proprio comportamento e corrispondenza tra ciò che si prova e ciò che si dice. E’ inutile mentire ai figli perché se ne accorgono sempre!

– regole: definiamo che cosa si può e cosa non si può fare

– sanzioni: ci sono comportamenti gravi che devono essere ripresi (ad esempio una particolare aggressività)

– coraggio: in particolare dalla preadolescenza, quando i conflitti diventano più evidenti, accettare di non piacere ai nostri figli.

I genitori autorevoli vivono la relazione nella sua complessità: sono accoglienti, comprensivi e amorevoli, ma anche autoritari e capaci di sostenere il conflitto e la fatica dei cambiamenti. Non sono conniventi con i figli, anzi conservano sempre il ruolo di genitori che sanno di non dover essere loro amici.

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Psicologa, psicoterapeuta Sistemico Familiare. Lunga esperienza nel campo della riabilitazione della disabilità e del lavoro con famiglie e bambini. Esperienza di formatrice per le educatrici della scuola di infanzia e gruppi di genitori con metodo montessoriano. Conduce gruppi e seminari rivolti alla famiglia e alla sua organizzazione. Conduce gruppi esperienziali per il benessere psico-fisico.

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