Relazioni

Quando aiutarsi e ringraziare aiutano a star bene!

Gentilezza, generosità e riconoscenza fanno parte di quella che tutti conosciamo come la buona educazione: la famiglia, la scuola e più in generale qualsiasi struttura che abbia una funzione educativa, dall’infanzia all’adolescenza, insegnano in linea generale che ringraziare è un dovere, e perché?! Perché altrimenti si pecca di maleducazione. Ed ecco che facendone semplicemente e banalmente una questione di educazione, generosità e riconoscenza vengono spogliate del loro valore. Nella normale educazione passa il messaggio che “essere generosi” e “ringraziare” sono comportamenti come altri e che usarli permette di salvare la faccia, in sostanza.
In questo articolo vorrei invece spogliare generosità e riconoscenza della maschera della buona educazione e considerarli due valori, e mettere in luce il motivo per cui permettono di sperimentare una condizione di benessere, specie tra persone unite da un legame d’affetto.

Capita spesso di aiutare o essere aiutati, ma quante volte “adoprarsi” risponde ad una reale e vera volontà? O quante volte una richiesta di aiuto viene ignorata? O quante volte viene ignorato l’aiuto ricevuto? Sensazioni molto sgradevoli.
Prima ancora di rientrare nella sfera dell’educazione, generosità e gentilezza rispondono a mio avviso ad un preciso valore interiore, ad un modo di vedere sè e l’altro, sono la manifestazione della capacità di riconoscere il diritto altrui ad essere “visto”. Ne consegue che ogni atto di apertura verso l’altro è un atto sincero se dettato dal “riconoscere” una condizione o qualità altrui e dalla volontà di accoglierlo e validarlo, non è più una maschera che serve, in fin dei conti, solo per proteggere se stessi da un cattivo giudizio.

Quando ad esempio si risponde ad una richiesta di aiuto di un amico accade qualcosa di abbastanza specifico: innanzitutto chi chiede aiuto si sente in difficoltà ed evidentemente ritiene di non essere in grado di fronteggiare quel problema con le sue sole risorse o ritiene che esse siano insufficienti. Chi risponde d’altro canto probabilmente empatizza, si mette nei panni dell’altro, nei cui riguardi desidera fare qualcosa, quindi non per sè ma per l’altro. Già questo passaggio è sufficiente per spogliare la gentilezza di un suo uso strumentale da parte di chi la agisce.

Rispondere concretamente a chi ne faccia richiesta comporta riconoscere la difficoltà altrui piuttosto che ignorarla; e l’altro a sua volta sperimenta validazione di ciò che vive, accoglienza e sostegno, tre esperienze tipiche di quello che in psicologia meglio si conosce come “attaccamento” del bambino alla madre e che aumentano lo stato di benessere perché non si incontra trascuratezza.

Altrettanto accade quando si ringrazia: l’aiuto e l’attenzione ricevuti non sono scontati, sia che si tratti di una semplice informazione o di un sostegno più importante qualcuno ha scelto di spendere il suo tempo e le sue risorse per un’altra persona, e questo non è scontato. Ringraziare è la manifestazione del riconoscimento della generosità altrui.
L’aiuto ricevuto è un regalo poiché “chi aiuta” sta regalando il suo tempo a qualcun’altro, sta facendo spazio nella sua vita ad un’altra persona, anche se temporaneamente, ma sta tenendo a mente qualcun’altro.

Essere visti nella propria difficoltà e nella propria generosità permette di andare oltre la facciata, a volte ingannevole, della buona educazione e di godere invece l’uno della presenza dell’altro.

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