Relazioni

Qui nessuno è Ok. Il gioco in Analisi Transazionale.

Riprendendo l’ultimo articolo della collega Germana Gargano Come impieghiamo il tempo vorrei qui dedicarmi ad un breve approfondimento del “gioco” e dei modi in cui trattarlo da un punto di vista psicoterapeutico.

Il concetto di gioco è stato rivisto ed arricchito dal contributo di diversi autori ed oggi risulta uno strumento utile per orientare la comprensione del clinico e del paziente rispetto ai processi relazionali e le dinamiche interpersonali che quest’ultimo ontribuisce a costruire.
Il gioco risponde al bisogno di strutturare il tempo e permette di ricevere riconoscimento, seppur attraverso le carezze negative.
Berne individua la caratteristica principale di un gioco nella presenza di transazioni ulteriori definendolo “Una serie continua di transazioni complementari ulteriori che progrediscono verso una conclusione prevedibile ben definita”.
Altra fondamentale caratteristica del gioco è rappresentata dal tornaconto finale accompagnato da un sentimento sgradevole, volto a confermare una posizione non-OK tipicamente copionale, è sempre preceduto da uno scambio, ossia un capovolgimento della scena relazionale che comporta un cambiamento di ruolo da parte dei giocatori.
Altro elemento fondamentale rispetto al gioco è lo stadio a cui si gioca dato dalla tenacia, flessibilità ed intensità usate dai giocatori. Berne individua 3 stadi: i giochi di primo grado sono accettabili dall’ambiente sociale dell’attore, i giochi di secondo grado provocano dei danni temporanei e gli interlocutori preferiscono tenerli segreti, i giochi di terzo grado sono molto pericolosi, “senza esclusione di colpi” e comportano dei danni fisici e psicologici.
Quanto fin qui brevemente esposto rispecchia la descrizione presente nel succitato articolo secondo cui il gioco è un modo drammatico, svalutante e violento di strutturare il tempo, assolutamente non innocuo, un modo pericoloso di procurarsi carezze.

Come tutti i processi disfunzionali è trattabile in psicoterapia e, date le sue caratteristiche, sono state individuate delle strategie psicoterapeutiche che aiutano professionista e paziente a renderlo un processo consapevole prima ed a bloccarlo poi.
Può tuttavia accadere che il paziente voglia giocare con il terapeuta, non inusuale tra l’altro se pensiamo che il professionista diventa un oggetto transferale. Che fare in questo caso?
Dusay individua 4 possibili risposte del terapeuta alla richiesta di giocare del paziente: ignorare il gioco, spiegarlo, giocare e giocare un gioco alternativo.
Il gioco può essere ignorato nel caso in cui il paziente riceva un guadagno maggiore continuando ad agirlo.
Quando il gioco è più evidente può essere utile la confrontazione per invitare il paziente ad adottare una posizione Ok.
La spiegazione è utile quando il paziente è sufficientemente decontaminato per accogliere l’informazione.
Laddove il paziente continui a giocare e non colga alternative possibili, il terapeuta può giocare insieme a lui con l’obiettivo di rendere visibile il gioco.
Può infine accadere che il terapeuta inizi a giocare senza esserne consapevole, in questo caso può rifiutare il tornaconto fornendo un modellamento al paziente.

 

Bibliografia
Berne, E. (1964). A che gioco giochiamo. Milano: Bompiani.
Dusay, J. M. (1966). “Respinse”. In Woollams S., Brown, R. (1978). Analisi Transazionale. Psicoterapia della persona e delle relazioni. Assisi: Cittadella Editrice.

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