Psicologi

Transfert e Controtransfert: una potente e delicata comunicazione tra paziente e terapeuta. Una riflessione analitico transazionale.

Transfert e Controtransfert sono due concetti e fenomeni caratterizzanti la struttura e l’essenza del lavoro psicoterapeutico, fenomeni tanto complessi quanto delicati. La mia intenzione nella stesura del seguente articolo non è quella di discuterne ed articolarne le definizioni teoriche dal 1800 ad oggi bensì condividere e proporre la mia umile ma appassionata riflessione sul tema tenendo a mente che questi due fenomeni giocano un ruolo fondamentale nella misura in cui il terapeuta è in grado di sintonizzarsi con il paziente ed usare transfert e controtransfert come strumenti clinici per ampliare la condivisa conoscenza del paziente nella relazione terapeutica.

Condiviso che il transfert è la proiezione nel terapeuta di aspetti personali scissi ed il controtransfert è la reazione del terapeuta al transfert del paziente, Freud stesso dapprima pensava transfert e controtransfert come degli ostacoli al lavoro analitico (1912), e con lui molti altri padri della psicologia, per poi arrivare a concepirli come “inevitabili” azioni e reazioni umane che tuttavia sono dei preziosi strumenti clinici se opportunamente “usati”. A proposito Berne concepiva il setting analitico come la cornice, il “luogo” in cui il paziente ripropone il copione inteso come “dramma transferale”, cioè le sue relazioni infantili frustranti, ed anzi è fondamentale che questo avvenga per il lavoro terapeutico (1961).

Già a partire dalla raccolta anamnestica il paziente permette al terapeuta di conoscere i suoi modi di orientarsi nel mondo, modi che sono le migliori strategie difensive trovate per proteggersi dalla caoticità degli stimoli relazionali e dare a un senso all’esperienza relazionale ed emotiva.
Se ci pensiamo bene il paziente cerca, fin dalle prime battute, nel terapeuta una figura “sicura” e per “sicura” intendo “conoscibile” e “prevedibile”, e lo fa processando la relazione alla luce delle sue esperienze di attaccamento. Già dai primi incontri può accadere che il paziente assuma nei confronti del terapeuta dei comportamenti, rintracciabili sia nel verbale che nel non verbale, caratteristici del suo personale sistema di attaccamento come ad esempio può fare una persona che, parlando di sé, chiede “È normale?”. In casi simili il paziente sta dicendo qualcosa di sé tra le righe, ad esempio che non sa riconoscere la “normalità” e che ha bisogno oltre che di informazioni, anche di rassicurarsi, e nell’atto di rivolgere una domanda simile sta portando nella relazione terapeutica un suo bisogno evolutivo e si aspetta rassicurazione dal terapeuta “proiettando” in quest’ultimo delle caratteristiche proprie della sua esperienza di attaccamento. A partire dalla capacità di “leggere tra le righe” e cogliere i bisogni evolutivi del paziente il professionista può costruire delle ipotesi ed andarle poi a verificare. Ad ogni modo il paziente sta cercando nel terapeuta la sua fonte di rassicurazione, proiettando aspetti personali.

Quando il paziente “transfera” mette nelle mani del terapeuta aspetti di sé scissi, che cioè egli stesso non conosce e non considera propri, e che rappresentano, più o meno direttamente, i suoi bisogni inevasi e dunque i suoi blocchi evolutivi.
Direi a questo punto che il transfert è un’importante occasione nel lavoro di terapia perché se il paziente ripropone nel setting analitico le sue esperienze infantili con le figure significative allora sarà anche possibile per il terapeuta cogliere il vissuto profondo del paziente e tenere a mente clinicamente la sua esperienza.
Ma credo che per fare questo, intuire ed accorgersi dei bisogni evolutivi del paziente, pensarli e rispondere in modo adeguatamente “terapeutico”, è necessario (conditio sine qua non) che il terapeuta sia sufficientemente sintonizzato, un po’ come la madre “sufficientemente buona” di Winnicott (1965). “Sufficientemente” perché a mio avviso un eccesso di vicinanza o di lontananza comporta dei rischi terapeutici, o meglio, se la sintonia non viene filtrata dalle funzioni Adulte di metacognizione allora il rischio è di colludere con le richieste infantili del paziente e di proiettare aspetti personali sul paziente stesso. In entrambi i casi viene meno la funzione terapeutica dell’analisi perché lo Stato dell’Io Adulto è contaminato e dunque impossibilitato ad avviare una riflessione “pulita” sui processi in atto ed un conseguente intervento utile per il paziente.

Il terapeuta deve essere sufficientemente sintonizzato per mantenere quella sufficiente presenza a se stesso per cogliere le sue personali reazioni ed allo stesso tempo continuare a “pensare” ciò che avviene nella relazione. Compito del terapeuta è infatti accompagnare il paziente nell’esplorazione di sé e nella costruzione della capacità di osservarsi: se lo Stato dell’Io Adulto del terapeuta è contaminato, allora presumibilmente rimarrà contaminato anche quello del paziente mentre l’obiettivo della terapia è integrare contenuti e processi scissi del paziente.

Altro strumento conoscitivo importante è il controtransfert, cioè la reazione per lo più emotiva del terapeuta alle proiezioni del paziente: se il professionista è in contatto con se stesso e con il paziente allora potrà cogliere le sue personali reazioni durante il lavoro. Tuttavia spesso si parla di sensazioni, ad esempio “Ho la sensazione che questa persona mi stia sfidando”: ritengo importante anche in questo caso che il professionista si fermi a riflettere su queste sensazioni prima di azzardare ipotesi diagnostiche di qualunque tipo e che colleghi queste sensazioni a dati reali, cioè ai comportamenti cui rispondono,ed infine che sia certo della congruenza tra la risposta emotiva eciò che ha osservato domandandosiad esempio “Quello che dice o fa il paziente ha le caratteristiche di una sfida? O sono io che la vivo così?”.

Credo che senza questo passaggio ci sia il rischio di proiettare nella relazione terapeutica aspetti personali (transfert del terapeuta quando non c’è collegamento reale con gli stimoli del paziente) minando così il potere terapeutico dell’analisi.
È dunque per questo motivo che è fondamentale, etico e deontologico che parte del lavoro di “tenere a mente” i pazienti avvenga in supervisione, per rendersi consapevoli di processi che potrebbero interferire con il lavoro di terapia e prendersene cura all’occorrenza anche in terapia personale. Credo che questa cura faccia parte della presa in carico di ogni persona che si rivolga ad un professionista.

Bibliografia
Berne, E. (1961). Analisi Transazionale e psicoterapia. Roma: Astrolabio.
Freud, S. (1912). Dinamica della traslazione. In Opere, 6 (1989). Torino: Boringhieri.
Winnicott, D. W. (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando Editore.

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