Relazioni

Come impieghiamo il tempo

E’ un tema comune a noi tutti l’uso che facciamo del tempo che ci é dato di vivere. D’interesse più immediato l’uso di brevi periodi: cosa farò la settimana prossima, domani o durante l’ora che sto vivendo adesso. Se allarghiamo un po’ il punto di osservazione ed approfondiamo l’argomento potremmo trovarci a condividere, ancora una volta tutti,  una preoccupazione di fondo rispetto al tempo, ovvero che  la vita é troppo breve per essere di poca importanza. Ed ecco che l’importanza dello strutturare il tempo, per dargli sostanza, diventa un tema caldo. Berne l’ha definita come una “fame di struttura“, un bisogno dunque. Il modo poi in cui poi  la persona strutturerà il suo tempo,  dipenderà dal modo in cui si sente con sé stessa e con gli altri e per l’Analisi Transazionale tutto ciò diventa oggetto di studio: come le persone organizzano e strutturano il loro tempo, in che modo trascorrono ciò che ci é dato di vivere. Quale alternativa arrecherà maggior soddisfacimento? Secondo Berne esistono 6 modi diversi i cui le persone hanno risolto il problema di come far scorrere il tempo, attraverso sei tipi di esperienza che producono vissuti d’intensità emotiva  e di soddisfacimento (carezze) differenti: il ritiro, i rituali, le attività, i passatempi, i giochi  e l’intimità.

Il ritiro della persona dalle situazioni sociali é un modo di strutturare il tempo. Ogni volta che una persona si rinchiude in sé stessa, é lecito pensare che ciò la tenga in disparte da coloro assieme ai quali si trova materialmente e si tratta di un comportamento in ogni caso innocuo a meno che non  assuma una coloritura diversa  ed una valenza  negativa se si verifica sempre. Quando soddisfa invece un bisogno di ricaricarsi o di concentrasi per riflettere,  ha il sapore del buono perché scelto e non é una difesa.

Un rituale é un altro modo di passare il tempo, attraverso scambi stereotipati, prevedibili, é un impiego del tempo programmato socialmente, in cui tutti convengono di fare la stessa cosa. E’ sicuro, non comporta impegni e puo’ essere piacevole nella misura in cui si sta al passo o si fa la cosa giusta. Ha lo scopo di far passare il tempo ad un gruppo di persone senza che queste debbano avvicinarsi, potrebbero anche farlo, ma non sono obbligate (ne sono esempi i rituali religiosi o le formule di saluto: “Ciao, come stai?…”Bene, tu?”).

I passatempi assomigliano ai rituali, ma sono meno stereotipati, sono focalizzati su argomenti o temi di reciproco interesse (ne sono esempi il passare il tempo parlando di calcio, di cinema, di moda…).

Le attività si riferiscono al lavoro ed agli hobbie. La comunicazione qui tra le persone é diretta non al semplice parlare, ma al raggiungimento di uno scopo preciso ed é una strutturazione del tempo a programmazione Adulta. Sappiamo bene che questo spesso non accade sul posto di lavoro, dove ciò che si innesca é un altro tipo di transazione che di Adulto non ha nulla, ovvero il gioco psicologico che andiamo a descrivere.

I giochi. La nota dolente. Sono modalità relazionali apprese per ricevere attenzioni che pur non soddisfacenti sono sicure perché conosciute, sono in realtà riproposizioni di strategie infantili non più adatte al qui ed ora che hanno lo scopo di ottenere carezze, ovvero il sentirsi visti e riconosciuti. Al termine dello scambio, con il quale hanno impegnato reciprocamente il loro tempo,  le persone coinvolte si sentono a disagio.

L‘intimità é uno scambio di espressioni affettive, libere da giochi e dagli altri modi di passare il tempo. La persona é libera soprattutto da messaggi interni di svalutazione di sé o dell’altro e si esprime direttamente nel dire ciò che pensa e sente SENZA SVALUTARE L’ALTRO O SVALUTARSI. Nella sua comunicazione non ci sono messaggi segreti e nascosti, quindi ciò che la persona dice é congruente con come si pone, é autentica e non svalutante.

Il gioco tra tutti i modi di trascorre il tempo e dargli sostanza é quello più nocivo come Eric Berne ha ben motivato nel suo libro ” A che gioco giochiamo?”: “Le attività possono essere felici, i rituali efficaci, i passatempi vataggiosi, ma sono tutti per definizione disinteressati, possono comportare contestazioni, ma non conflitti e la conclusione puo’ essere sensazionale, ma mai drammatica. Il gioco invece, é fondamentalmente sleale e la conclusione ha un elemento drammatico e non semplicemente emozionante“.

Tutti i giochi psicologici portati avanti dagli adulti traggono origine secondo l’autore Thomas Harris da quel semplice gioco infantile cui abbiamo sicuramente assistito osservando  bambini  giocare e che potremmo sintetizzare come : “Il Mio é Meglio del Tuo“. In ciò  é riconoscibile secondo l’autore la svalutazione di sé e dell’altro che ritroviamo nel gioco psicologic, come passatempo degli adulti di cui stiamo trattando. Secondo Harris il gioco che i bambini si propongono tra di loro del “Il Mio é Meglio del Tuo“, ha la funzione di alleggerire momentaneamente il peso sgradito ed inconsapevole del non sentirsi “Ok” e non esprime il reale stato d’animo del bimbi che in realtà é: “Nono sono bravo quanto te“. Questa dinamica tra bambini é dunque un attacco difensivo e protettivo che mira a conservare un equilibrio omeostatico e come i giochi psicologici tra adulti, se spinto oltre certi  limiti, termina tra spinte o schiaffi, con la prova schiacciante che “é il mio che  é meglio del tuo, Oh!” .

Questa purtroppo é la triste essenza di tutti i giochi psicologici, un modo di trascorrere il tempo attraverso la reciproca svalutazione, quando inconsapevolmente la convinzione di non essere ok e che nemmeno l’altro lo sia, rende impossibile la forma più autentica di rapporto, l’intimità,  dove non c’é svalutazione e dove quindi vai bene tu e vado bene io,  pur se in disaccordo.

Anche se ciò comporta infelicità, é meglio di niente.

Vale la pena allora riconoscere tutto questo e  lavorarci su, per dare sostanza e dignità al nostro prezioso tempo.

 

 

 

 

Thomas A. Harris. “Io sono ok. tu sei ok”.

Eric Berne. “A che gioco giochiamo?”.

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