Relazioni

Stroke: la fame di contatto e di riconoscimento

Perché a volte dopo aver scambiato gesti e parole ci sentiamo insoddisfatti e ci sembrano vuoti, poco “nutrienti” mentre altre volte sperimentiamo una pienezza inaspettata? Perché cerchiamo il piacere del contatto fisico – una carezza, una stretta di mano, un abbraccio? Perché sentiamo l’esigenza di prevedibilità e di controllo nelle relazioni ed andiamo in ansia quando le cose non vanno nel modo consueto?

Il motivo è la fame.

Fame di essere visti, di essere capiti, di essere riconosciuti come unici. Fame di di contatto (fisico, emotivo, mentale) e di sentirsi dire “tu”.  Perché il nostro Io si realizza solo nell’incontro con il Tu. Scriveva Martin Buber che «ogni vita vera è incontro».

Abbiamo tre tipi di fame

L’Analisi Transazionale riassume tutto questo nel termine “stroke” e nella teoria dei Tre tipi di fame: la fame di Stimolo, la fame di Riconoscimento e la fame di Struttura (“teoria motivazionale”).

  1. La fame di stroke in senso fisico inizia con la necessità del contatto con la pelle del genitore, di essere stimolati sensorialmente fin dalla vita intrauterina, di esplorare e manipolare sé e l’ambiente.
  2. Mano a mano che il bambino affianca alla comunicazione tramite i gesti la comunicazione verbale – diventa cioè capace di simbolizzazione – la stroke fisica si trasforma in bisogno di conferma e di riconoscimento.
  3. La fame di struttura è il bisogno di dare significato e prevedibilità all’ambiente e indica il “contenitore delle stroke”, la cornice in cui avvengono le transazioni che veicolano lo scambio di stroke. Berne suddivide la fame di struttura in procedure, rituali, passatempi, giochi e intimità – che indicano i livelli crescenti di impegno e di responsabilità nel contatto. Se la vita è lo svolgimento di un copione, allora la struttura è il teatro. E noi abbiamo fame di questa struttura.

Nel concetto di stroke viene sintetizzata la “volontà di relazione”, per cui l’uomo è caratterizzato da un «istinto alla relazione universale di farsi di ogni cosa un tu» (Buber) e la “volontà di significato” che ci spinge a trovare un senso alla nostra esistenza (Frankl).

Individuare gli effetti della deprivazione di stroke da adulti

Berne mutuò il costrutto di stroke dagli studi che Renè Spitz condusse sulla deprivazione di stimoli nei bambini. Spitz osservò che i bambini che avevano ricevuto meno stroke degli altri (cioè meno coccole, carezze, contatto fisico e manipolazione corporea) mostravano maggiori difficoltà fisiche ed emotive: rifiuto del contatto fisico, insonnia, ritardo nello sviluppo motorio, assenza di mimica (dimostrate anche dal famoso esperimento della still face – video), perdita continua di peso, stato letargico.

Da adulti rimangono alcune tracce di questa deprivazione di stroke in comportamenti come ad esempio:

  • Difficoltà nel contatto fisico, difficoltà a dare e ricevere abbracci, a manifestare l’effetto fisicamente;
  • difficoltà nell’intimità sessuale, a tradurre i sentimenti in gesti calorosi, sessualità poco empatica e meccanica;
  • scarsa coordinazione motoria, rigidità nella postura e nella prossemica;
  • mimica facciale poco espressiva.

Per un approfondimento si può consultare il volume “Sviluppi traumatici” di Liotti e Farina nel quale sono descritti in modo dettagliato le conseguenze del neglect infantile (trascuratezza).

Che cos’è e cosa non è una stroke

La stroke non è la parolina gentile, il complimento, la carezza. O perlomeno non è principalmente questo. Possiamo fare a meno di carezze ma non di essere stimolati e riconosciuti. Perché «qualsiasi stroke è meglio di nessuna stroke».

La stroke è «l’unità basilare dell’azione sociale» (Berne), è un comportamento verbale o non verbale con cui ci scambiamo «l’unità di attenzione che fornisce la stimolazione» (Woollams and Brown). Le stroke sono la merce di scambio delle nostre interazioni sociali. Ecco perché Berne in diverse occasioni spiegò che preferiva il termine Transazione al termine Relazione.

Concepire le relazioni come transazioni significa essere consapevoli che c’è qualcosa che stiamo dando e qualcosa che stiamo ricevendo.

E cosa cambia?

Beh, se nelle nostre relazioni siamo consapevoli di ciò che diamo e di ciò che riceviamo, potremmo iniziare ad esempio a chiederci se quello che abbiamo ricevuto era quello che desideravamo o se le stroke che abbiamo ricevuto deludono le nostre aspettative. E potremmo anche chiederci se siamo davvero disposti a dare le stroke che stiamo dando o piuttosto ci sentiamo obbligati a darle o spaventati dal rifiutarle.

 

Nei prossimo articolo parleremo di stroke positive e stroke negative e distingueremo quelle condizionate e quelle incondizionate e introdurremo il concetto di “Stroke economy”.

 


Liotti G. & Farina B. (2011), Sviluppi traumatici. Eziopatologia, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Milano: Raffaello Cortina

Buber M. (1993). Il principio dialogico e altri saggi, Cinisello Balsamo: San Paolo

Buber M. (1994), Incontro. Frammenti autobiografici, Roma: Città Nuova

Frankl V.E. (1994), Senso e valori per l’esistenza. La risposta della logoterapia, Roma: Città Nuova

Berne E (2009). A che gioco giochiamo, Milano: Mondadori

Berne E (2010). Ciao! …e poi?, Milano: Mondadori

Woollams S. & Brown M. (2003). Analisi transazionale, Psicoterapia della persona e delle relazioni. Assisi: Cittadella editrice

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dr Christian Giordano

Ideatore e Fondatore a Centro Psike
Psicologo, Psicoterapeuta, terapista sessuale e di Coppia, esperto in analisi transazionale e perizia grafologica. Mi occupo di disturbi di personalità, problemi sessuali, depressione e ansia. Nel mio studio accolgo ogni paziente con calore, rispetto e assenza di giudizio. Sono convinto che ogni persona può cambiare e migliorare sé stessa.

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