Età evolutivaPsicologi

Empatia, autismo e neuroni specchio

In un precedente post avevo già parlato del ruolo dei neuroni specchio e della loro importanza per le interazioni umane. Giacomo Rizzolatti è stato uno degli appartenenti all’equipe di Pisa che si è occupata di ricerche sul sistema mirror, attraverso studi sulle scimmie fino a sperimentazioni sull’uomo. In un libro uscito nel 2016 ripercorre i passi fatti fino ad oggi, descrivendo le conoscenze raggiunte negli anni e i promettenti risvolti applicativi.

I primi studi riguardarono l’analisi dell’attivazione del sistema motorio appartenente a scimmie osservate in situazioni sociali. Nella condizione sperimentale, una scimmia aveva tre opzioni: poteva guardare del cibo presente nell’ambiente, oppure osservare lo sperimentatore prendere il cibo e offrirglielo, o guardare il ricercatore mangiare. Analizzando quali neuroni motori del cervello della scimmia si attivavano, venne scoperto che ce n’erano alcuni che “sparavano” anche quando la scimmia osservava semplicemente lo sperimentatore prendere il cibo: questi neuroni erano gli stessi che si sarebbero attivati se fosse stata la scimmia a compiere quel movimento. Le condizioni sperimentali erano tali da escludere che l’animale compiesse dei micromovimenti che potessero giustificare il lavoro della corteccia motoria. I neuroni coinvolti vennero quindi chiamati neuroni mirror (o specchio).

Questa scoperta permise di cogliere il coinvolgimento del sistema motorio nei processi cognitivi: il movimento non è solo uno spostamento, ma è un atto motorio che comporta la codifica degli scopi del movimento stesso. Si è parlato di comprensione motoria, in quanto l’azione dell’altro viene capita attraverso il sistema motorio, come se fossimo noi stessi a fare quel movimento: non basta l’intelligenza o la visione per comprendere cosa l’altro sta facendo.

Questi risultati hanno confermato ipotesi fatte da altri autori anni prima sul funzionamento del linguaggio: la comprensione del materiale linguistico è possibile perchè viene coinvolto il sistema motorio. Sillabe pronunciate con toni diversi sono comprensibili per tutti perchè attivano lo stesso programma motorio che sarebbe utilizzato per emettere quei suoni. Questo ci permette di categorizzare i fonemi e poi di ricostruire una parola e di capirla. Il suono della sillaba, quindi, viene ricollegato alla specifica articolazione dei movimenti (della cavità orale, della lingua, ecc.) che lo producono. È come se il cervello compiesse un collegamento tra lo stimolo sonoro esterno e il proprio vocabolario motorio. Anche nel caso degli atti motori finalizzati osservati negli altri il cervello attua un collegamento con un proprio vocabolario motorio interno.

I primi studi sull’uomo utilizzarono la stimolazione magnetica transcranica (Tms), con l’applicazione di stimoli magnetici alla corteccia motoria del soggetto. Questi stimoli, se abbastanza forti, determinavano un movimento dei muscoli periferici corrispondenti; le stimolazioni deboli determinavano nei muscoli, invece, dei potenziali evocati impercettibili. Durante l’esperimento si è scoperto, però, che se al soggetto sperimentale veniva mostrato il gesto compiuto da un’altra persona comparivano dei potenziali evocati molto ampi proprio nei muscoli che sarebbero stati coinvolti se fosse stato il soggetto stesso a fare quel movimento. Con tali risultati fu confermata l’esistenza dei neuroni mirror nell’uomo, collocati nelle aree premotorie, che sono strettamente connesse con quella motoria primaria.

Da questi studi sono derivate conoscenze che hanno quindi modificato le vecchie convinzioni sul funzionamento del cervello e hanno portato ad una diversa comprensione delle basi dell’interazione umana: l’emozione e l’empatia. Rizzolatti, insieme a Vittorio Gallese e a Christian Keysers, verificarono che in alcuni soggetti a cui venivano presentati degli odori sgradevoli che producevano l’emozione del disgusto si attivavano le stesse aree cerebrali che erano coinvolte se i soggetti guardavano delle foto di persone con espressioni facciali di disgusto: le emozioni degli altri, quindi, non erano “capite a livello cognitivo”, ma “sentite” come se fossero state le proprie. Questo processo che coinvolge i neuroni specchio è alla base dell’empatia: siamo predisposti biologicamente ad immedesimarci nelle emozioni provate dall’altro (anche se poi possono intervenire fattori culturali a bloccare questa capacità).

Che implicazioni hanno avuto questi studi sull’empatia?

Negli ultimi anni si sono aperte nuove prospettive per la comprensione della patologia e di alcuni deficit mentali, partendo dall’osservazione dell’intreccio tra dinamiche cognitive e dinamiche sociali. Sono stati condotti tre filoni di ricerca: uno sull’attività neuronale registrata nell’uomo, uno sull’autismo e uno sulle vitality forms descritte da Daniel Stern. Le vitality forms descrivono la forma in cui l’azione è fatta e permettono di capire la qualità del rapporto interpersonale esistente tra due soggetti. Da come l’azione viene eseguita (considerando i criteri di tempo, spazio, forza, traiettoria e direzione) posso comprendere la bontà o meno dell’altro nei miei confronti creandomi una gestalt sui suoi sentimenti e il suo atteggiamento: capisco ciò che l’altro prova verso di me attraverso i suoi gesti (non tramite il suo linguaggio). Comprendere le vitality forms è quindi fondamentale nelle interazioni umane ed è una capacità che si sviluppa nella fase preverbale all’interno della relazione tra madre e bambino, caratterizzata da mimica, sguardo, vocalizzi, ecc.

Dal gruppo di Rizzolatti venne fatto un esperimento che utilizzava dei filmati in cui alcune persone compivano dei gesti modificando uno dei criteri che determinavano l’essere brusco o la gentilezza. Tali filmati vennero mostrati a bambini con sviluppo tipico e ad alcuni bambini con autismo high-functioning (quoziente di intelligenza sopra 70, con buone capacità di comprensione, collaborazione e capacità linguistiche). I risultati hanno rivelato che i bambini con sviluppo tipico, a differenza di quelli con autismo, raramente sbagliavano nell’individuare la qualità dell’azione. Secondo Rizzolatti, quindi, il riconoscimento delle vitality forms può essere considerato un marker per diagnosticare precocemente l’autismo, essendo tale riconoscimento una capacità prelinguistica. Attualmente la diagnosi viene fatta intorno all’età di tre anni, anche se in realtà alcuni segni sono riconoscibili già intorno ai dodici/tredici mesi. Esiste una finestra chiamata “periodo critico” (entro il primo anno di vita) in cui la predisposizione genetica all’autismo può essere mitigata da interventi specialistici e stimolazioni ambientali/familiari adeguate. Se si riuscisse ad avere diagnosi nelle prime fasi di vita del bambino molte difficoltà che caratterizzano questo disturbo potrebbero essere annullate.

In un altro esperimento vennero mostrati a soggetti sani dei videoclip. Il compito era riferire se le azioni osservate fossero effettuate con la stessa finalità e se avessero le medesime vitality forms. Si è verificato che per entrambi i compiti vi era un’attivazione dei circuiti parieto-frontali legati alla codifica delle azioni. Nel caso delle vitality forms, però, si attivava solo una parte dell‘insula, quella dorso-centrale. In esperimenti successivi è stato dimostrato che questa sede veniva “accesa” quando la persona osservava azioni con vitality forms differenti, ma anche quando immaginava di compiere gesti simili e quando effettivamente li attuava. In conclusione, in questa parte dell’insula esistono dei meccanismi mirror coinvolti nella decodifica della qualità dei gesti dell’altro e nella modulazione dei propri.

I bambini autistici sono in grado di trasformare le proprie vitality forms in movimenti appropriati?

Per rispondere a questa domanda, fu realizzato un esperimento chiedendo a bambini a sviluppo tipico e a bambini con autismo di prendere un pezzo di cioccolato posto nella stanza. L’attenzione era rivolta ad osservare l’attivazione dei muscoli di apertura della bocca. Nei bambini con sviluppo tipico tali muscoli si attivavano appena la mano si avvicinava alla cioccolata. Nei bambini con autismo i muscoli si attivavano solo quando il cibo era vicino alla bocca. Sembrerebbe, quindi, che i bambini con sviluppo tipico programmano in anticipo la loro azione, hanno chiara la propria intenzione in termini sia cognitivi che motori. I bambini con autismo sanno cosa vogliono, anche se la loro intenzione non si trasforma in azione motoria ma in singoli atti, decidendo di volta in volta quale deve essere il passo successivo da compiere.

In un secondo esperimento i due gruppi di bambini dovevano solo osservare lo sperimentatore che afferrava un pezzo di cioccolato per mangiarlo. Nei bambini con sviluppo tipico si aveva un’attivazione dei muscoli di apertura della bocca (sistema mirror che decodifica l’azione e attiva i muscoli periferici stessi), nei bambini autistici ciò non accadeva, come se non capissero dall’interno l’azione dell’altro e le sue intenzioni. Per loro era fondamentale ragionare sull’azione osservata per poterla capire, come se fosse un enigma da sciogliere. Questo potrebbe spiegare la scelta dell’isolamento relazionale tipica dell’autismo: diventa impossibile avere comunicazioni con gli altri perchè le proprie azioni non permettono di esprimere gli stati interni vissuti, nè di capire quelli altrui. I comportamenti stereotipati, con fissazioni a ripetere per ore la stessa identica azione, potrebbero rappresentare un modo per tenersi lontani dall’interazione con l’altro che fondamentalmente non capiscono.

I bambini con autismo mostrano anche molte difficoltà nell’imitare le azioni altrui, soprattutto le azioni non dirette verso un oggetto, e anche difficoltà nell’imitare azioni appena viste. Il problema dell’autismo, però, non è un deficit nella capacità imitativa perchè ci sono difficoltà anche ad imitare azioni su comando verbale. Anche se molto è stato fatto, da queste osservazioni emerge la necessità di ulteriori studi e approfondimenti per arrivare ad una comprensione più chiara del disturbo.

Si può però confermare che nell’autismo ci sia un cattivo funzionamento dei neuroni specchio, con gravi conseguenze da un punto di vista cognitivo e relazionale. In realtà, esiste sia un deficit a base genetica nella programmazione motoria, che si manifesta con difficoltà motorie generali e legate agli atti comunicativi delle vitality forms, sia in una fase successiva un deficit o ritardo nello sviluppo dei neuroni specchio.


Rizzolatti, G., Gnoli, A. (2016). In te mi specchio. Milano: Bur Rizzoli ed.

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dr.ssa Marilena Celani

Psicologa, psicoterapeuta per adulti ed età evolutiva, psicodiagnosta, terapeuta E.M.D.R., consulente in Mediazione Familiare e insegnante di Baby Massage. Mi occupo di disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, elaborazione di esperienze traumatiche, problematicità nella relazione genitori e figli, sostegno in fasi di cambiamento del ciclo di vita, intervento in situazioni di separazione e divorzio. Lavoro nelle scuole per la formazione degli insegnanti, la gestione delle dinamiche del gruppo classe, la presenza di alunni diversamente abili, l'intervento su situazioni di emarginazione, fenomeni di bullismo o difficoltà relazionali di altro tipo. Mi occupo di gruppi di psicoeducazione per bambini e adolescenti, training sulle competenze genitoriali e corsi di Baby Massage.

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