Psicopatologia

Passività e Svalutazione: non agire o non agire in modo efficace

La passività puo’ essere definita intuitivamente come assenza di reazione da parte delle persone. Essa, osservandola  dall’esterno,  si manifesta quando l’individuo non svolge un ruolo di soggetto attivo di fronte alle situazioni che vive: non reagisce agli stimoli opppure lo fa, ma in un  modo che risulta essere  inefficace.

Cos’é la passività dentro di noi, ovvero a quale processo o meccanismo di funzionamento interno  corrisponde? Quando osserviamo passività in noi o nell’altro, dentro é verosimilmente  attivo un processo di svalutazione: la persona sta operando una svalutazione che porta a minimizzare o ad ignorare aspetti di sé, dell’altro e/o della situazione.

I comportamenti passivi evidenti sono: l’astensione, l’iperadattamento, l’agitazione e l’incapacitazione.
L’astensione si realizza quando, invece di utilizzare le proprie risorse interne per risolvere il problema, la persona se ne serve per inibire la sua reazione. Prova disagio e si considera incapace di pensare, svalutando la sua abilità di far fronte al problema.
L’iperadattamento è il modo in cui la persona si prefigge scopi stabiliti da altri, ignorando i propri. Chi si trova in questa condizione trova molto difficile venirne fuori perché generalmente riceve rinforzo dall’esterno mediante l’approvazione degli altri.
L’agitazione si verifica quando la persona si imbatte in comportamenti ripetitivi per raggiungere una meta stabilita. L’energia è incanalata per ridurre una sensazione fortemente spiacevole legata ad un vissuto che crea tensione. (Es.: tamburellare le dita, passeggiare avanti e indietro per la stanza, avere pensieri ripetitivi).
L’incapacitazione o la violenza è la forma patologica più grave che si manifesta quando si scarica l’energia accumulata con i comportamenti passivi. E’un tentativo di ripristinare il legame simbiotico al momento della sua rottura che rappresenta una minaccia insostenibile e la scarica di energia che si verifica, talvolta violenta, è il tentativo di evitare tale rottura costringendo l’ambiente alla risoluzione del problema. Vi può essere la comparsa di disturbi psicosomatici, abuso di droghe o alcol, ed in alcuni casi il crollo mentale.

Ma perché ci passivizziamo ed  a cosa ci serve? La passività ci garantisce un’esperienza simbiotica con l’altro, essa è l’espressione patologica ed il risultato di una dipendenza non risolta, ovvero una Simbiosi e la passività ha quindi lo scopo di mantenere una condizione di “malfunzionamento interno” tale da garantirci di continuare a stare dentro quella rassicurante dipendenza. Tutto ciò ha però un prezzo molto alto, in quanto implica il sacrificio di buona parte delle risorse individuali e torniamo cosi alla svalutazione di cui si parlava all’inizio. In altre parole, si può dire che la stabilità viene acquisita a patto che entrambe le persone svalutino le proprie capacità, in modo che ciascuno senta di aver bisogno dell’altro.

La relazione simbiotica con la mamma all’inizio della vita garantisce al bimbo la sopravvivenza, attraverso la protezione, il nutrimento ed il calore, ma tutto ciò deve lasciar via via spazio alla costruzione di modi autonomi del bimbo di stare in vita,  utilizzando con lui  e per lui il giusto carburante, ovvero messaggi che incoraggino la fiducia in sé stesso  nel saper risolvere i problemi, nel saper pensare e nel  saper fare le cose e dunque non stimolando più nel tempo la simbiosi, ma quanto più la SEPARAZIONE tra genitore e figlio (INTESA COME AMOREVOLE E AUTENTICO INVITO A REGGERSI SULLE PROPRIE GAMBE FIDANDOSI DI Sé STESSO E NON GIÀ COME UN “VAI E CAVATELA DA SOLO/A”),  per diventare un adulto del domani in grado  di risolvere i problemi, pensare,  fare le cose.

Il risultato è che incontrandosi tra individui adulti, le persone comunicano tra loro il ruolo che per storia vogliono assumere all’interno della relazione,  scambiandosi un inconsapevole e  silenzioso invito simbiotico. Rivivere la simbiosi dà un senso di sicurezza, sia che ci si trovi a rivivere il ruolo di chi viene accudito che di colui/colei che  accudisce.

Se ci si riappropria con consapevolezza ognuno delle proprie parti di sé svalutate, ciascuno potrà stare nella relazione in maniera autonoma e costruire uno scambio autentico nel qui ed ora senza condizionamenti che originano dal passato.

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