Psicologi

Quando a chiudere è il terapeuta. Etica e buone prassi dell’invio

La domanda che, con più facilità, le persone che iniziano un percorso di psicoterapia pongono al proprio terapeuta è “Quanto durerà?”.

L’approccio contrattuale, ormai condiviso da diversi orientamenti ed usato in diversi contesti operativi, permette ad entrambi, terapeuta e paziente, di monitorarsi durante il percorso ed identificare il raggiungimento degli obiettivi posti.

Anche nel consenso informato questo viene specificato: personalmente ritengo che la lettura condivisa nel corso del primo incontro, aiuti ad esplicitare eventuali impliciti relativi alle aspettative e alle regole del setting, favorendo un accordo Adulto-Adulto.

C’è un punto, proprio all’interno del consenso, in cui si specifica che

in qualsiasi momento è possibile interrompere la terapia comunicando al dott. Mario Rossi la volontà di interruzione. Le parti si rendono disponibili ad effettuare X incontri di chiusura del percorso svolto

Ed anche che:

Il dott. Mario Rossi può valutare ed eventualmente proporre l’interruzione del rapporto quando constata che non vi sia alcun beneficio dall’intervento e non è ragionevolmente prevedibile che ve ne saranno dal proseguimento dello stesso. Se richiesto può fornire le informazioni necessarie a ricercare altri e più adatti interventi.

Fa parte delle regole del setting e definisce la relazione in termini di responsabilità e protezione affrontare questi aspetti all’interno dei primi colloqui. Solitamente è pensiero comune pensare che l’eventuale invio del terapeuta ad altri colleghi e/o professionisti possa avvenire nei primi incontri (dopo un’accurata analisi della domanda, ad esempio) e che la chiusura prima del raggiungimento degli obiettivi preposti venga scelta (o agita) dal paziente (drop-out).

E quando invece è il terapeuta a dover chiudere la terapia?

Curiosando in letteratura mi sono accorta che esiste poco a riguardo, molto più sugli invii nelle fasi iniziali. Ciò che può aiutarci sono i riferimenti etico deontologici (in particolare l’art.27 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani) ed il principio di cura.

Buone prassi: una proposta

Di seguito alcuni punti che propongo per i colleghi che si trovano ad affrontare una chiusura terapeutica per esigenze personali.

1. Come comunicare la chiusura?

Uno dei presupposti base per una buona alleanza terapeutica è la sicurezza: la persona sviluppa, all’interno della relazione, l’esperienza del terapeuta come base sicura. È quindi importante dedicare il giusto tempo/spazio nel condividere quella che è una chiusura per entrambi, comunicando con chiarezza (modi).

  • Spazio. Valutare, rispetto alla relazione terapeutica, il momento “più adatto” all’interno della seduta. Questo merita particolare cura soprattutto per pazienti con vissuti abbandonici. Considerare anche di concedere minuti extra rispetti a quelli stabiliti nel setting: è importante che ci sia il giusto spazio di contenimento (quindi dedicare più spazio per ogni persona, nel concreto è fondamentale riorganizzare le proprie agende).
  • Tempi. Se un paziente che intende chiudere il percorso, ha l’impegno con il proprio terapeuta di svolgere X sedute prima della conclusione, questo non è stabilito a priori se la situazione è inversa. È a mio avviso impensabile chiudere la terapia nel giro di uno/due incontri. Citando Yalom, ricordiamoci che “un terapeuta ha molti pazienti, un paziente un solo terapeuta” ed è fondamentale tenere presente dell’importanza che la relazione terapeutica, nel suo essere costante e sicura, ha per la persona. La chiusura ha da traformarsi in accompagnamento.
  • Modi. Non può esistere una frase standard con cui comunicare al paziente che, per esigenze personali, avrete da interrompere il percorso. Ciò che ho potuto constatare come funzionale e terapeutico è la chiarezza. Se ad esempio, la chiusura è legata ad un imminente trasferimento, si può comunicare. La realtà può essere l’elemento di maggior contenimento (aiuta le persone a fare contatto con pensieri come “ok quindi non sono io il problema!”).

2. Come organizzare le sedute rimanenti?

Ricontrattare l’obiettivo degli ultimi incontri permette alla persona, piuttosto che subire la decisione del terapeuta, di attivarsi per fare ancora un pezzo di strada insieme. A volte, l’affrontare una chiusura “imprevista” è un’esperienza assolutamente terapeutica. Uno dei punti che abbiamo da (responsabilmente) inserire all’interno del contratto è definire, insieme alla persona, l‘invio ad un altro terapeuta.

Alcuni pazienti potranno opporsi mostrando resistenza (“no, ma d’altronde avevo già pensato di chiudere io…” oppure “non voglio continuare più”) altri esplicitano chiaramente i timori nel dover ricominicare.

Ciò che ho trovato particolarmente utile è lavorare sul permesso a farsi accompagnare. Quando emerge chiaramente che gli obiettivi della terapia non sono raggiunti e che la persona ha il diritto e la responsabilità di continuare in quella direzione, parlare dell’invio non è più così spaventoso.

L’invio è un obbligo o una responsabilità?

L’invio ad altro professionista è una responsabilità. Non possiamo in alcun modo obbligare una persona a contattare un dato professionista. Possiamo suggerire, sostenere: per garantire il valore terapeutico che può scaturire dalla chiusura, è importante che la persona si sperimenti libera nella scelta. Guidata, e libera.

…e nell’ultima seduta?

L’ultima seduta è… l’ultima seduta di un percorso. Per questo anche prima suggerivo di concedere il giusto tempo prima di salutarvi: monitorate la relazione, aiutate a far emergere eventuali vissuti abbandonici e sentimenti di rabbia e/o paura. Quando, insieme, riterrete che potrete dirvi “Ciao”, allora sarà il momento dell’ultimo incontro. Ricordiamoci: anche in questo caso, lavorare sulla separazione, è terapia.

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dr.ssa Laura Chirico

Psicologa, Psicoterapeuta. Lavoro con l'età evolutiva (disturbi del neurosviluppo e psichiatrici) e con gli adulti, occupandomi prevaletemente di disturbi di personalità e disturbi dell'umore. "Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi" (M. Proust)

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