Relazioni

Il Narcisismo: il bisogno smodato di ammirazione di un “Bambino”.

In questo articolo voglio descrivere quello che ormai “troppo” comunemente e superficialmente tutti chiamano “narcisista”.
A fronte di una tendenza comune a riferirsi al Narcisista come l’orco cattivo delle favole, colui (eh sì, perché ormai viene associato solo al sesso maschile) che manipola, che fa soffrire, insomma “la causa” delle pene d’amore o di un qualsiasi rapporto in cui qualcuno sente di essere la parte lesa, parte lesa ormai (anche questa volta troppo comunemente) identificata con “la vittima” del “narcisista”, perlopiù la personalità dipendente (argomento presentato e discusso nell’ultimo articolo della collega https://www.centropsike.it/2019/01/15/lui-e-un-narcisista-e-tu-che-lo-hai-scelto-che-parte-hai/).
Credo che questo modo di pensare dualistico ed in termini di vittima e carnefice stia portando la comunità intera a creare e poi seguire un pregiudizio riguardo queste due personalità che toglie potere, capacità, volontà e responsabilità all’una ed identifica nell’altra una sorta di carnefice malevolo e malintenzionato. Tra l’altro, facendo una breve osservazione clinica, in questo modo si va a rinforzare esattamente il gioco psicologico sul quale si incastrano le due personalità in questione.
Seguendo inoltre il comune dibattere sul “narcisista” osservo anche come in esso venga identificato il polo “cattivo” della personalità e della relazione e nel dipendente quello “buono” avallando ancora un’altra scissione che attiene all’area della patologia e che compito della professione psicologica è invece sanare. Come se fosse possibile essere interamente buoni e interamente cattivi, una convinzione che non ha nulla di realistico, ognuno di noi, a prescindere dalla propria patologia, ha in dotazione pregi e difetti, la luce e l’oscurità. Questo è quello che ho l’impressione accada sull’odierno sentenziare riguardo alla personalità narcisistica e le relazioni che la coinvolgono.

L’obiettivo del seguente articolo è dunque restituire umanità al “narcisista” ricordando che si tratta di un Disturbo della personalità ed affonda le sue radici in un particolare tipo di storia. Invito, sulla scia del precedente articolo della collega Germana Gargano, ad abbandonare una lettura demonizzatrice del Narcisista per abbracciarne una che tenga conto tanto dell’apparenza quanto di ciò che si trova dietro le quinte. D’altronde tratti narcisisti come dipendenti, aggressivi, depressivi e via dicendo appartengono a ciascuno di noi. In una relazione con una persona narcisista sta all’altro il più delle volte prendere atto del fatto che egli non si mette in discussione. È ormai noto che è una persona centrata su di sè, che usa gli altri per il proprio tornaconto, avvezzo alla manipolazione, affascinante, che pretende ammirazione pensando all’altro come infinitesimale parte di un pubblico che ha il solo compito di applaudirlo ed acclamarlo; chi non applaude o non lo fa abbastanza viene sbattuto fuori dal teatro, senza grazie, senza per favore, senza preoccupazione.

Ma perché non vede i suoi limiti e disprezza quelli altrui? Perché ha l’insana credenza che gli altri siano al suo servizio?
Andiamo oltre il palcoscenico ed entriamo nei retroscena. Le teorie cui fare riferimento sono molte e descrivono diverse sfumature del disturbo: mi soffermerò su quello più noto e discusso usando la teoria interpersonale di Benjamin (2004), e ricordando che non discuterò il disturbo da un punto di vista clinico avendo la sola intenzione di far conoscere ciò che di questa personalità non si sa o si disconosce.
Il Narcisista ha una storia come tutti, è figlio come tutti, ed è stato un bambino, come tutti. “Sua maestà il bambino” con esattezza (Benjamin, 2004), perché la peculiarità della sua storia evolutiva è la presenza di genitori che gli sono stati “devoti”: è (detto in modo semplicistico) questo il motivo per cui oggi viene condannato o ammirato. Ha infatti ricevuto ammirazione smodata dai genitori, ammirazione per la sua perfezione, per la sua pelle omogenea (un esempio banale per rendere l’idea); i suoi genitori lo hanno preservato da qualsiasi tipo di frustrazione. Una simile devozione ed una tale idea, assolutamente non realistica, di un figlio perfetto è dettata dall’inconscio vissuto che il figlio sia un loro prolungamento, cioè la loro seconda occasione di essere salvati dalle delusioni e dalle difficoltà che, normalmente, si incontrano nella vita. Il figlio è lo specchio in cui i genitori vogliono vedere solo le loro parti migliori. Il risultato è che “la piccola maestà” scambia la sua bolla per la realtà costruendo la convinzione che il mondo esista per adorarlo.

In questo scenario perfetto cosa succede quando la creatura fa delle cose normali e fastidiose, come ad esempio piangere? Beh, un figlio perfetto non dovrebbe piangere, quindi viene aspramente criticato perché non rispecchia più i “celestiali” desideri dei genitori, i quali sono delusi da un bambino imperfetto. Essere una delusione è devastante per una persona la cui considerazione di sè dipende dall’ammirazione altrui. Per evitare questa “disgrazia” “la piccola maestà” si metterà intorno solo persone che lo ammirino e gli permettano di soddisfare ogni suo desiderio.

E quando si parla di relazioni con persone che strumentalizzano l’altro, la parola chiave per “uscirne” è proprio “permesso”: la personalità narcisistica PRETENDE e chi gli sta accanto PERMETTE che pretenda.
Spero che l’articolo possa aiutare a ribilanciare l’idea di cosa significhi “essere” Narcisisti ed insieme a questo a restituire ad ognuno la responsabilità individuale di preservare e costruire il proprio benessere all’interno di una relazione.

 

Bibliografia
Benjamin, L. S. (2004). Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità. Roma: LAS.

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