Processi cognitivi

Copione di vita e modalità disfunzionali tra vantaggio primario e secondario

L’essere umano apprende come stare al mondo all’interno di relazioni significative, relazioni cioè che rappresentano un punto di riferimento in quanto deputate a svolgere una funzione di accudimento. Come esaustivamente esposto nei precedenti articoli dei colleghi (vedi https://www.centropsike.it/2018/12/13/cambiare-il-copione-di-vita-si-puo-vi-spiego-come/  e ,https://www.centropsike.it/2018/12/11/elementi-del-copione-di-vita-controingiunzioni-ed-ingiunzioni/) all’interno di queste relazioni l’individuo apprende alcuni messaggi (ingiunzioni, controingiunzioni, programmi e slogan), verbali e non, che spiegano qual è il modo migliore, nei termini di più protettivo e vantaggioso per sé, di vivere. A partire da questi messaggi l’essere umano sviluppa delle convinzioni su sé, gli altri e il mondo e prende delle decisioni. Questi messaggi, convinzioni e decisioni sono elementi costitutivi del copione, definito da Berne “un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli eventi successivi e che culmina in una scelta decisiva” (1972). Così messaggi quali “non puoi arrabbiarti”, “fatti vedere sempre sereno”, “se non diventi una persona affermata non vali niente”, “nella vita bisogna pensare prima agli altri” costituiscono la bussola attraverso cui l’essere umano si orienta nel mare magnum che può essere la vita.

Il copione è dunque un recinto necessario perché fornisce struttura e rassicurazione all’interno di un’esperienza che altrimenti sarebbe eccessivamente destrutturata e per questo spaventosa. All’interno di questo recinto si possono sviluppare modalità funzionali al raggiungimento del benessere e dell’autenticità o meno. E dato che questi modi di esistere, comportarsi, relazionarsi sono appresi nelle relazioni significative in primis (poi confermati dalle successive esperienze di vita) possiamo dire che essi sono l’eredità dei caregivers, i quali insegnano ai propri figli il modo migliore di vivere che loro stessi hanno trovato.
Questa bussola può portare talvolta verso il benessere, nella relazione con sé e con gli altri, e talvolta verso un vissuto di disagio, di dolore o tristezza.

E dunque, perché continuare ad usare una bussola che a volte porta in luogo scomodo, fatto di comportamenti o relazioni non soddisfacenti? Perché non usarne un’altra? Perché rimanere fedeli a dei modi di vivere disfunzionali? Perché in realtà, un tempo, essi sono stati molto utili, quel modo di rispondere a quel tipo di stimolo ha in parte garantito l’accettazione ed il riconoscimento del caregiver: ad esempio un bambino che quando prende un voto basso viene rimproverato ed invece elogiato per i voti alti imparerà che per essere accettato e coccolato dai genitori deve andare bene a scuola. Costruisce l’idea che per sentirsi amato o accettato deve rinunciare ad un suo modo di essere (non capire) per fare spazio a come i genitori vogliono che lui sia (sempre bravo). Per un bambino è di vitale importanza sentirsi accettato dalle figure significative perché garantirsi la loro vicinanza significa garantirsi la sua sopravvivenza (Bowlby) per un lungo periodo di vita in cui egli non è autonomo. La simbiosi che si instaura quindi con la madre è necessaria. Di qui, a seconda delle risposte genitoriali alle sue richieste ed ai suoi bisogni imparerà a modularsi ed adotterà quei comportamenti che vengono rinforzati dai caregivers.

Un’ulteriore comprensione dell’attaccamento dell’individuo a modi di esistere disfunzionali viene fornita da Benjamin, la quale affermando che “ogni psicopatologia è un dono d’amore“ (2004, p.51) mette in luce il senso profondamente emotivo del mantenimento degli stessi: essi rappresentano la speranza di poter vedere finalmente soddisfatti i bisogni infantili di amore, sicurezza e vicinanza. Il mantenimento di modalità disfunzionali apprese nelle relazioni significative rappresenta la lealtà che la persona dimostra alle figure di attaccamento sperando in questo modo di essere finalmente vista e riconosciuta.

Tale fedeltà al copione e modalità disfunzionali spiega dunque il vantaggio primario, il compromesso trovato tra come l’individuo è nella sua spontaneità e come i genitori vogliono che egli sia. Tuttavia la fedeltà al copione racchiude, a mio avviso, anche un vantaggio secondario, vantaggio che può essere lo zoccolo duro del cambiamento e che ha a che vedere con il senso di “potere” sperimentato e con un tornaconto “narcisistico” necessario per sviluppare, seppur nei sotterranei, un’idea di sé di “essere speciale”, un vissuto questo, un desidero, un bisogno naturale, la cui soddisfazione nella relazione con la madre è fondamentale per sviluppare un senso di sicurezza di sè e della presenza dell’altro, per poi poter fare i conti con la frustrazione legata alla presa di consapevolezza di non essere onnipotenti (Winnicott, 1965).

L’individuo impara che per vivere, capire come relazionarsi, prendere decisioni, scegliere un partner e via dicendo può trovare soluzioni all’interno di quel recinto che ha costruito (il copione), un recinto che per certi versi è rassicurante e per altri è limitante, e dovendo abitare un luogo che può essere scomodo, che non offre un riconoscimento aperto del suo essere speciale, cerca il modo di sentirsi speciale con le risorse disponibili, sue e degli altri, cerca di sentirsi speciale proprio adottando quelle modalità copionali, così ad esempio una bambina che ha imparato ad essere l’arbitro delle discussioni tra i genitori, trarrà da questo comportamento un senso di importanza e di “potere” dato che i genitori fanno pace e rimangono insieme proprio grazie alla sua capacità.
Nel corso dell’infanzia l’individuo impara a soddisfare i propri bisogni con gli strumenti disponibili e nella qualità relazionale accessibile, spesso costruendo modi che non lasciano spazio al contatto con le proprie emozioni, tantomeno alla libera espressione di sé. Così si va verso la costruzione di quello che Winnicott definisce “falso sé” (1965), quella maschera che permette di soddisfare in modo indiretto e parziale i bisogni evolutivi infantili.

 

Bibliografia

Benjamin, L. S. (2004). Terapia Ricostruttiva Interpersonale. Roma: LAS.

Berne, E. (1972). Ciao! … e poi?. Milano: Mondadori. Trad. It. 2010.

Bowlby, J. (1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Winnicott, D. W. (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando Editore. Trad. It. 1970.

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