Età evolutiva

Giovani reclusi in casa: il fenomeno dell’Hikikomori.

Lavorando con gli adolescenti spesso mi trovo a parlare di anime e manga e della cultura giapponese in generale. Non è mancata l’occasione, quindi, di trattare anche del disagio giovanile tipico della terra del Sol Levante, ossia del fenomeno dell’hikikomori, emerso a partire dagli anni ’80. Letteralmente è una parola che significa “stare in disparte”. Questo termine è stato coniato dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki per descrivere la condizione di ragazzi che decidono di ritirarsi dalla vita sociale, evitando qualsiasi contatto con il mondo esterno e, nei casi più gravi, anche con la propria famiglia. Si chiudono nella loro stanza vivendo come autoreclusi in casa per lunghi periodi che, secondo la definizione originale, possono andare dai sei mesi ai molti anni della loro vita. Trascorrono il tempo leggendo, guardando la TV, giocando con videogiochi o utilizzando i social network, invertendo spesso il ritmo biologico sonno-veglia. I contatti con il mondo fuori dalla stanza sono ridotti al minimo e il ragazzo arriverà a schivare qualsiasi contatto con i membri della famiglia anche per adempiere ai propri bisogni fisiologici, come nutrirsi o andare in bagno, cogliendo quei momenti in cui non incrocerà nessuno sul suo cammino. Abbandona, quindi, tutte le attività tipiche della propria fase di crescita: il rapporto con i coetanei, l’andare a scuola, il progettare un futuro universitario o lavorativo, ecc. Il giovane per sopravvivere si troverà in una situazione di dipendenza economica totale dalla propria famiglia. Secondo Moretti (2010), è un fenomeno che coinvolge soprattutto il sesso maschile (anche se il numero delle ragazze è in aumento), con ragazzi di età compresa tra i 14 e i 30 anni, provenienti da famiglie di ceto medio-alto e con genitori laureati.

Il Ministero della Salute giapponese non considera l’hikikomori una malattia, ma piuttosto una sindrome, un insieme quindi sintomi che descrivono una situazione di forte disagio personale e relazionale che genera un impatto anche sulle persone che vivono accanto a questi giovani. In passato, quando il fenomeno non era stato ancora studiato approfonditamente, questa condizione è stata confusa con diverse malattie psichiatriche (ad es. la schizofrenia), fattore che ha portato all’impiego di inadeguati interventi farmacologici o di altro tipo. Oggi è chiaro che si tratta di una sindrome primaria, non derivata cioè da disturbi preesistenti e che non va confusa con la dipendenza dalle nuove tecnologie (tornerò sull’argomento in un altro post).

Secondo lo psichiatra Saito Tamaki, l’hikikomori nasce da una reazione difensiva volta a proteggere il proprio Io. In uno stato di particolare stress dovuto a un fallimento scolastico, all’aver subìto un atto di bullismo o ad altra condizione di pressione, il giovane può decidere volontariamente di tagliare i rapporti con la società per timore di cosa gli altri possano pensare di lui. La famiglia può non capire cosa sta succedendo, assumendo un atteggiamento critico piuttosto che di supporto, andando ad aggravare la situazione. A questo punto anche i famigliari vengono esclusi e la scelta iniziale di ritiro diventa senza via di ritorno: l’isolamento sociale cominciato come soluzione per ottenere sollievo dal disagio sentito nei contatti sociali genererà sentimenti depressivi legati all’incapacità di uscire da tale situazione o sintomatologie di evitamento e ansia legate al non essere più abituati ad esporsi e a stare con gli altri. È una condizione che, prolungandosi nel tempo, può portare allo sviluppo di alcune importanti psicopatologie.

Inizialmente è stato considerato un fenomeno tipico solo della cultura giapponese. Ad oggi è invece chiara la sua presenza anche in altri paesi (compresa l’Italia), seppur con percentuali differenti, non definitive e con caratteristiche che lo contraddistinguono da paese a paese. Da noi è nata un’associazione che si occupa di informazione e sensibilizzazione su questo tema, l’Hikikomori Italia. In questo post inizieremo a vedere insieme alcune indicazioni che vengono date sul fenomeno.

Il dott. Cripaldi, fondatore dell’associazione, ipotizza 3 stadi di sviluppo dell’hikikomori:

  1. Primo stadio: il giovane inizia a sentire malessere nelle relazioni e il desiderio di isolarsi, ma non è ancora pienamente consapevole del proprio disagio. Mantiene comunque i rapporti sociali, anche se comincia a preferire quelli virtuali ai reali. Inizia a saltare la scuola, ad abbandonare le attività extrascolastiche come lo sport e a invertire il ritmo sonno-veglia.
  2. Secondo stadio: il desiderio di isolamento è molto più cosciente e il giovane lo giustifica chiaramente con alcune situazioni di vita vissute. Trascorre quasi tutto il tempo nella propria camera in attività prettamente solitarie o esclusivamente virtuali. Vi è una totale inversione del ritmo sonno-veglia. Viene per ora mantenuto un rapporto con i membri della famiglia, anche se spesso conflittuale.
  3. Terzo stadio: il giovane si isola totalmente, escludendo dalla propria vita anche la famiglia e le relazioni virtuali (che ora arrecano malessere quanto quelle reali). Questo è il momento in cui si possono sviluppare gravi psicopatologie, ad esempio di tipo depressivo o paranoide. A volte sono presenti anche atteggiamenti violenti verso i membri della famiglia.

Cripaldi sottolinea l’importanza della prevenzione prima di arrivare al terzo stadio, dal quale è più difficile tornare indietro. Con l’avanzare degli anni, inoltre, i genitori diventeranno anziani e non potranno più occuparsi di questi figli che dipendono totalmente da loro.

CAUSE

Secondo Cripaldi è “una pulsione all’isolamento sociale che si innesca come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale, tipiche delle società capitalistiche economicamente sviluppate“.

I fattori che possono contribuire al fenomeno dell’hikikomori, soprattutto nella cultura nipponica, sono descritti qui di seguito:

  1. Caratteriali: la sensibilità, l’introversione e l’atteggiamento introspettivo del ragazzo, che portano a timidezza e difficoltà nelle relazioni e maggiore fragilità di fronte a un fallimento. Atteggiamento ipercritico che può indurre a ribellione al conformarsi alla società.
  2. Familiari: l’assenza emotiva del padre fuori casa per la maggior parte del giorno a causa del lavoro (abnegazione al lavoro come motivo di orgoglio e dovere verso la famiglia) e l’atteggiamento iperprotettivo della madre che genera dipendenza, invischiamento e difficoltà nello sviluppare risorse per confrontarsi con gli insuccessi e accettare i fallimenti. La condizione economica della famiglia, inoltre, permette al figlio di sopravvivere anche senza un lavoro.
  3. Scolastici. Molte pressioni provenienti dal sistema scolastico richiedono tante ore di studio e, quindi, favoriscono lo stare in casa e il ritirarsi dai contatti sociali: le scuole private (e costose) sono le più ambite; il sistema gerarchizzato degli istituti secondo il prestigio; forti pressioni al raggiungimento di obbiettivi alti; rigidità nelle valutazioni generali e per l’accettazione negli istituti più prestigiosi; competitività; studio mnemonico piuttosto che critico. Vi è, inoltre, una forte spinta al conformarsi al gruppo, con conseguenti atti di bullismo verso chi non si adegua (soprattutto nella forma dell’esclusione e isolamento del “diverso”). Nella cultura giapponese c’è meno condanna sul bullismo che in altri paesi, in base alla convinzione che sia un mezzo adeguato per modificare un comportamento fuori dalle norme del gruppo.
  4. Sociali: pressioni all’autorealizzazione, al perfezionismo e spinta al successo come unica via. L’errore è fonte di vergogna per sé e per la famiglia.

Il ragazzo sente di dover rispondere a tutte le aspettative famigliari (rispecchiare il ruolo di bravo studente e poi di gran lavoratore) e scolastiche/sociali (essere il migliore) proiettate su di lui. Può reagire con demotivazione verso la vita relazionale e con la fuga da essa.

“CARATTERISTICHE TIPO”

Nel sito di Hikikomori Italia troviamo descritte le caratteristiche peculiari che Cripaldi più frequentemente ha rilevato in questi giovani. Tali caratteristiche rappresentano però solo fattori di rischio, perché l’hikikomori è un fenomeno complesso che “può riguardare potenzialmente tutti, senza limiti di sesso, età o estrazione sociale”.

  • Sesso maschile nel 90% dei casi. Si può ipotizzare che le pressioni sociali sull’autorealizzazione siano più forti verso gli uomini che non verso le donne. Il che porterebbe anche a supporre che il numero di hikikomori di sesso femminile possa essere stato sottostimato, essendo in Giappone ancora culturalmente accettato che una donna si realizzi in casa piuttosto che fuori. In Italia il gap tra uomini e donne, infatti, è inferiore.
  • Figlio unico. Questo genera in casa un maggior senso di solitudine per il giovane e comporta anche una concentrazione di tutte le aspettative famigliari su di lui.
  • Famiglia monoparentale. In Giappone vi è una condizione di assenza della figura paterna (genitore impegnato nell’attività lavorativa per gran parte della giornata) e una preponderanza della figura materna con cui il figlio stringe una relazione di dipendenza. In Italia questo squilibrio potrebbe essere favorito, piuttosto, dalla presenza di molte famiglie monoparentali o separate.
  • Età: adolescente o giovane adulto. In Italia l’età va dai 14 ai 25 anni, mentre in Giappone si hanno hikikomori anche di 40 anni (“prima generazione di hikikomori”).
  • Sensibilità e tendenze introspettive. Sono giovani intelligenti, dalla personalità molto critica e introspettiva. Spesso, quindi, si troveranno a sentirsi impacciati, a vedersi fragili e inadeguati o fuori posto nelle relazioni con i pari. È presente una forte componente narcisistica, alimentata dalle tante aspettative e pressioni idealizzate che sente su di sè, che si scontrano con l’impossibilità reale di rispondervi. Questo genera una ferita sull’immagine di sé e molta ansia.
  • Atteggiamento negativo verso la società. È generato dalla sensazione di diversità legata alla maggiore maturità intellettiva rispetto a quella dei loro coetanei, dall’atteggiamento critico e, quindi, dalle conseguenti difficoltà relazionali, con l’assunzione di un comportamento difensivo di sfiducia e disinteresse nei rapporti interpersonali, fino ad arrivare a cinismo e disprezzo generalizzato a tutta la società.

Tornerò sull’argomento per affrontarne alcuni aspetti specifici e le modalità di intervento.

 


www.hikikomoriitalia.it

Moretti S. (2010). Hikikomori. La solitudine degli adolescenti giapponesi. Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza – Vol. IV,  settembre-dicembre N.3 .

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dr.ssa Marilena Celani

Psicologa, psicoterapeuta per adulti ed età evolutiva, psicodiagnosta, terapeuta E.M.D.R., consulente in Mediazione Familiare e insegnante di Baby Massage. Mi occupo di disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, elaborazione di esperienze traumatiche, problematicità nella relazione genitori e figli, sostegno in fasi di cambiamento del ciclo di vita, intervento in situazioni di separazione e divorzio. Lavoro nelle scuole per la formazione degli insegnanti, la gestione delle dinamiche del gruppo classe, la presenza di alunni diversamente abili, l'intervento su situazioni di emarginazione, fenomeni di bullismo o difficoltà relazionali di altro tipo. Mi occupo di gruppi di psicoeducazione per bambini e adolescenti, training sulle competenze genitoriali e corsi di Baby Massage.

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