Relazioni

Nella testa di un razzista: caratteristiche psicologiche di chi ce l’ha con Il Diverso

Perché a parità di condizioni sociali e culturali alcune persone diventano razziste ed altre no?

Nel precedente articolo abbiamo visto come la genesi di pensieri, atteggiamenti e comportamenti razzisti sia legata alla paura che la diversità dell’altro annienti la nostra identità sociale e la nostra stessa esistenza.

In questo vedremo perché, nonostante questo sia un sentimento che ci accomuna, alcune persone diventano razziste ed altre no.

Secondo Theodor Adorno, un filosofo e sociologo sfuggito alla persecuzione antisemita, esiste un tipo di personalità più facilmente soggetta a sviluppare pensieri e atteggiamenti razzisti: la personalità autoritaria. A differenza di quanto si potrebbe pensare, questo tipo di personalità è ben lontana dall’essere prevaricatrice ma, al contrario, rispecchia un atteggiamento di conformismo e sottomissione nei confronti dell’autorità, maturato all’interno di un contesto familiare ed affettivo estremamente rigido.   

Nella storia di queste persone, infatti, Adorno rileva una educazione più attenta a che il figlio si conformi alle norme sociali che al suo naturale bisogno di auto-espressione, con conseguente carenza di autostima nel bambino e forte bisogno di protezione a discapito dell’esplorazione libera di sé e del mondo.

Può accadere, così, che un bambino non solo decida di conformarsi alle regole e ai valori veicolati dalla propria famiglia, ma che sposti la sua naturale aggressività nei confronti dei genitori, inespressa ed inesprimibile all’interno di un contesto così castrante, verso un esterno che, in quanto non rispecchiante quei valori di riferimento, viene vissuto come meno potente e dunque meno pericoloso.

Crescendo, in assenza di modelli affettivi alternativi, manterrà un atteggiamento di obbedienza nei confronti delle figure autoritarie, vissute come protettive (proprio come i genitori) e di aggressività nei riguardi di ciò, e coloro, che ad esse è estraneo.

Il fatto che il razzismo sia legato a fattori emotivi e alla qualità dei primi rapporti affettivi è confermato anche uno studio più recente condotto su bambini italiani, che mette in relazione stile di attaccamento e scelta dei propri amici in base all’etnia (per sapere qualcosa di più sugli stili di attaccamento leggi qui). Da questo studio risulta che i bambini sicuri indicano come loro amici i bambini che gli piacciono indipendentemente dal gruppo di appartenenza, mentre i bambini con uno stile di attaccamento insicuro tendono a preferire coetanei connazionali. I bambini con attaccamento disorganizzato, infine, sono quelli che meno preferiscono i compagni immigrati. Ciò, probabilmente, è dovuto al fatto che le persone si sono sentite sicure nei loro rapporti affettivi hanno una maggiore fiducia in sé, negli altri e nel mondo, che li rendere più disposti all’esplorazione di nuove relazioni e meno spaventati dall’imprevedibile insito nell’incontro con una diversità, a differenza dei bambini con un attaccamento insicuro, le cui rappresentazioni di sé e degli altri sono negative (“io non sono amabile” “l’altro non può/non vuole amarmi”). Le persone con un attaccamento disorganizzato, infine, sono quelle che più di tutte percepiscono il mondo come un posto pericoloso e si spaventano per il contatto con tutto ciò che non conoscono.

Sembrerebbe, quindi, che l’ostilità verso gli altri abbia come origine dei bisogni di emotivi, più che una scelta razionale, tanto è vero che gli argomenti razionali non producono effetti profondi o durevoli e che il bersaglio delle ostilità può essere intercambiabile a seconda dei momenti storici e culturali e delle mode dettate dai cambiamenti sociali e dalle strumentalizzazioni politiche (ieri i meridionali, oggi gli omosessuali e gli immigrati, a chi toccherà domani?)

Come, quindi, contrastare un fenomeno tipicamente emotivo, irrazionale e legato a bisogni profondi quanto inconsapevoli?

Sicuramente alcune strategie comportamentali possono essere utili ma per ottenere dei risultati durevoli che aiutino le persone a liberarsi dalla gabbia del conformismo che acceca la loro possibilità di amare e lasciarsi amare dall’altro (a prescindere dal suo colore, etnia, religione, orientamento sessuale), è importante agire sulla paura – prima che sull’idea – che la diversità sia in se stessa pericolosa.

Come?  

Rafforzando la nostra fiducia nella capacità di esplorare sentendoci comunque al sicuro, favorendo lo sviluppo di legami familiari improntati alla sicurezza ed educando noi stessi e i nostri bambini a quella meravigliosa capacità di mettersi nei panni dell’altro chiamata Empatia


Adorno, T. W., & Levinson, D. (2016). La personalità autoritaria, 2. Pgreco.

Di Pentima, L., & Toni, A. (2011). Ethnic stereotypes and group-serving bias in attribution in multiethnic primary schools. Eta Evolutiva33(98), 24.

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dr.ssa Angela Barlotti

Psicologa, Psicoterapeuta, esperta in Psicodiagnosi. Si occupa di disturbi psicologici in adolescenza ed età adulta e disturbi psichiatrici. Effettua valutazioni di personalità mediante colloquio clinico e batteria di test psicologici, con stesura di un profilo diagnostico utile ai fini clinici e legali.

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