Relazioni

Nella testa di un razzista: il ruolo della paura nella genesi di pensieri e atteggiamenti razzisti

La paura svolge un ruolo importante nella genesi di pensieri, atteggiamenti e comportamenti razzisti.

Nei precedenti articoli sulla tematica del razzismo ho approfondito il tema dei processi cognitivi legati alla nascita di stereotipi e pregiudizi, su cui si basano pensieri ed atteggiamenti razzisti, e dei vantaggi e i rischi legati al mantenerli in vita.

In questo mi focalizzerò sul bisogno psicologico sottostante tali strategie cognitive, sul perché è così importante per noi semplificare la realtà che ci circonda, mantenere un elevato livello di autostima, preservare la nostra identità sociale, al punto da dividere il mondo Noi-Loro, dentro-fuori, buoni (inutile dirlo sempre Noi) e cattivi (chi se non Loro?).

La risposta, almeno secondo la Teoria della gestione del terrore” elaborata negli anni Ottanta da Jeff Greenberg, Sheldon Solomon e Tom Pyszczynski è semplice: abbiamo paura. Il presupposto di questa teoria è che noi Uomini, in quanto unici animali capaci riflettere sulla vita e sulla sua fine e consapevoli della inevitabilità di quest’ultima, siamo costantemente abitati dal terrore della morte. Tale terrore, che si traduce di una profonda angoscia esistenziale (la paura di morire diventa male di vivere), è talmente devastante da indurre la nostra mente ad elaborare intricati meccanismi difensivi atti a sedarla. Immaginate come sarebbe vivere con la consapevolezza continua che prima o poi moriremo! Probabilmente saremmo costantemente terrorizzati, la nostra vita perderebbe di ogni significato e smetteremmo di fare alcun progetto e perseguire alcuno scopo.

In che modo ci proteggiamo da questa eventualità? Semplice: rimuoviamo. Per la maggior parte del tempo, tranne che in particolari situazioni (lutti, malattie, traumi), teniamo questo terrore in un angolo nascosto nel nostro inconscio affinché non venga a romperci le uova nel paniere!

E per essere ancora più sicuri che ciò non accada, cerchiamo di preservare il senso del nostro valore di fronte alla morte focalizzando le nostre energie sul mantenere un livello di autostima elevato e dare alla nostra vita un significato che la renda degna di essere vissuta.

Ancora una volta: in che modo?

Sempre secondo gli Autori attraverso l’adesione a “visioni culturali”, concezioni della realtà che ci danno senso, scopo, valore e speranza di una immortalità letterale (qualora affermino la possibilità di una vita dopo la morte) o simbolica (data dal senso di appartenere a una causa più importante della nostra singola esistenza attraverso la quale continuare a vivere per sempre), proteggendoci dal terrore.

Poiché la posta in gioco è alta, tale visione richiede di essere difesa attraverso meccanismi psicologici che sono tanto più drammatici quanto più è elevato il livello di minaccia percepito. Ecco che l’incontro con l’Altro, la sua diversità e il sistema di riferimento culturale di cui è portatore diventa minaccioso non solo per la nostra identità sociale ma per la nostra stessa esistenza.

Le ricerche condotte nell’ambito di tale teoria, infatti, dimostrano come le critiche alla propria visione del mondo culturale accrescano l’accessibilità ai pensieri legati alla morte e la loro approvazione la riduca, confermando il carattere difensivo di una rigida adesione ai propri riferimenti culturali.

Viceversa l’elicitazione di pensieri legati al pericolo o alla morte influenzano i valori individuali rispetto a situazioni di minore minaccia, aumentando l’identificazione con i propri gruppi nazionali o etnici, il rifiuto delle differenze culturali, la deumanizzazione dei membri dei gruppi esterni insieme ad una maggiore umanizzazione di noi stessi, sino all’aumento degli atteggiamenti aggressivi verso i “diversi”, l’adesione a campagne politiche e militari di esportazione di valori di cui ci riteniamo custodi, il supporto a soluzioni violente dei conflitti.

Ecco che, in condizioni di paura e di minaccia (reale o percepita) la protezione di sé diventa l’annientamento dell’Altro, o meglio della sua pericolosa, pericolosissima specificità.

Questa correlazione tra pensieri relativi alla morte e appoggio di opinioni estremiste non sembra essere, però, universale. Una ricerca condotta in Australia non ha rilevato un aumento di pensieri estremisti in presenza di pensieri di morte. Probabilmente, come afferma l’autore, ciò é spiegato dal fatto che i giovani Australiani
non vedono le narrazioni estremiste salienti rispetto alla loro identità e visione del mondo. In effetti se tale paura viene genericamente combattuta con l’aderenza a visioni culturali che promettono di garantirci sopravvivenza ed immortalità psicologica, la differenza la fa la qualità di tali visioni e dei valori che essere promuovono. In altre parole la palla torna alla politica, che può scegliere di puntare sulle soluzioni costruttive, non giocando sul senso di insicurezza derivante dai mutamenti sociali in atto, o sulla paura della diversità, amplificandola per favorire l’adesione a valori e, successivamente a specifiche azioni, di tipo razzista.

Sembra quindi che l’adesione a pensieri razzisti sia la reazione ad paura percepita a livello sociale e a relativi meccanismi psicologici di difesa. Perché, però, nonostante questo possiamo osservare una variabilità individuale all’interno di uno stesso sistema sociale?

Nel prossimo articolo vedremo perché alcune persone diventano razziste ed altre no.


Greenberg, J., Pyszczynski, T. & Solomon, S. (1986). “The causes and consequences of a need for self-esteem: A terror management theory”. In R.F. Baumeister (ed.), Public Self and Private Self (pp. 189-212). Springer-Verlag (New York).

Vergani, M. (2015). La paura della morte rende estremisti?Sicurezza, Terrorismo e Società. Educatt- Università Cattolica del Sacro Cuore. Milano.

 

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dr.ssa Angela Barlotti

Psicologa, Psicoterapeuta, esperta in Psicodiagnosi. Si occupa di disturbi psicologici in adolescenza ed età adulta e disturbi psichiatrici. Effettua valutazioni di personalità mediante colloquio clinico e batteria di test psicologici, con stesura di un profilo diagnostico utile ai fini clinici e legali.

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