Famiglia

Violenza Assistita: il trauma del bambino

 

Partiamo subito con l’affermare che  il bambino che subisce un violenza subisce un forte TRAUMA. Il trauma psichico è fondamentalmente soggettivo (cioè lo stesso evento ha conseguenze anche drammaticamente diverse a seconda della maturazione dell’apparato psichico del soggetto che lo riceve e della costituzione del suo terreno psico-biologico) ed è classicamente descritto come un evento che inonda la mente con un iper-afflusso di stimolo, che non può essere gestito e che disarticola in modo permanente, deformandola, la capacità successiva di risposta agli stimoli. Per farcene un’idea comune tutti possiamo pensare a quelle situazioni di enorme spavento che abbiamo esperito che ci ha  lasciati paralizzati: la paralisi comportamentale è dovuta all’incapacità generalmente transitoria della nostra mente di poter gestire l’intensità debordante dello stimolo percettivo. Immaginate se ciò avviene in tenera età in cui un bambino assiste ad un atto di violenza “forte” per giunta  che coinvolge in  prima persona le sue figure di riferimento. A tale proposito, si ritiene opportuno citare la definizione di “violenza assistita intrafamiliare” da parte del CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento all’Infanzia): “Per violenza assistita intrafamiliare si intende qualsiasi atto di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica compiuta su figura di riferimento e su altre figure significative adulte o minori; di tale violenza il bambino può fare esperienza direttamente (quando essa avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli effetti”.  

Le donne faticano a riconoscere gli effetti che le violenze da loro subite possono avere sui figli: spesso affermano che i bambini dormivano, non erano presenti o non hanno sentito o capito ciò che stava accadendo durante il maltrattamento, in un inutile tentativo di tenerli fuori dalle violenze domestiche. Anzi spesso succede che vengono anche minacciati di non dire nulla e questo succede o dall’abusante o dalla madre (per non far uscire il fattaccio dalle mura domestiche).  E’ bene non dimenticare che i bambini, quanto più sono piccoli, tanto più hanno con i loro familiari e specialmente con i genitori un rapporto da cui deriva la loro sopravvivenza fisica, materiale e psicologica; insomma si sentono minacciati e non protetti  dalle stesse persone che gli hanno donato la  vita e da cui dipendono e si sentono non al  sicuro (le mura domestiche) nello stesso luogo che dovrebbe essere la loro nicchia protettiva. Un’altra componente altrettanto diffusa e pericolosa nella violenza assistita è l’imbroglio da parte dell’adulto nei confronti del bambino.

Sappiamo bene che talvolta, e non raramente, le strategie tese a conservare la posizione

di predominio sono grezze ed esplicitamente violente (minacce di percosse o addirittura di morte); ma molto più spesso vengono impiegati sistemi più sottili di intimidazione e controllo. Pensiamo ad esempio ai numerosi “ricatti affettivi” perpetrati dai genitori ai danni dei piccoli, che fanno leva sull’insicurezza che già questi ultimi nutrono riguardo al rapporto con figure potenzialmente protettive (nessuno deve venire a conoscenza dei fatti  che avvengono a casa) oppure sui sentimenti affettivi che indubbiamente legano comunque il bambino alla figura genitoriale (prefigurando ad esempio la rottura definitiva del rapporto con lui o la sua futura carcerazione) o infine sul desiderio di qualsiasi figlio di salvaguardare il più possibile l’unità e la sussistenza della propria famiglia (minacciando quindi il disfacimento di essa sia sul piano affettivo che economico).

Ciò che sottende tutte queste strategie (in fondo anche quando c’è esplicita minaccia l’adulto sa, nella maggior parte dei casi, che non sarebbe capace di agirla davvero) è il tentativo di paralizzare le naturali resistenze della vittima che assiste.

Ancora peggio è l’imbroglio, che mira a produrre nel bambino una confusione insormontabile tra ciò che è bene o no, ciò che è lecito o meno, o più sottilmente tra ciò che è piacevole e veicolo di sentimenti positivi e ciò che non lo è. Un’altra declinazione di questo groviglio mentale è l’induzione nel piccolo dell’illusione che, attraverso la continuazione dell’esperienza traumatica, qualcosa si potrà guadagnare, o almeno non perdere (l’affetto dei genitori).

Un genitore può far impazzire un essere umano. Basterà rifarsi agli studi di Gregory Bateson sul doppio legame, ritenuto essere una delle concause determinanti della schizofrenia.

Il cosiddetto “doppio legame” è quello di una situazione in cui la comunicazione tra due individui, connessi da una stretta e importante relazione emotiva, presenta una conflittualità irrisolvibile  tra il livello del discorso esplicito, verbale, ed il livello non verbale, metacomunicativo (tono di voce, mimica facciale, modulazioni dello sguardo, gesti, atteggiamenti), e la situazione sia tale per cui il ricevente del messaggio non abbia la minima possibilità di decidere quale dei due messaggi sia vero (dal momento che essi sono in palese contraddizione) e nemmeno di poterne far notare l’incongruenza.

Una madre che dice al suo bambino: “io ti amo!” e contemporaneamente si irrigidisce e lo allontana da sé, se ovviamente tale comportamento è reiterato, rigido e stereotipato, mette il figlio in un loop angoscioso irrisolvibile.

Empaticamente il bambino ha colto la distanza e la repulsione della madre, ma questa sul piano manifesto non solo viene negata ma addirittura contraddetta.

Se il bambino da retta alla sua percezione metacomunicativa deve non solo ammettere che la madre, da cui dipende la sua vita, lo odi, ma anche che ella gli menta.

Parimenti, se accetta la comunicazione manifesta (io ti amo) deve ammettere che le sue capacità percettive siano fallaci, perdendo qualsiasi fiducia in queste ultime. La risultante è in genere un’oscillazione tormentosa tra le due percezioni che spesso viene risolto con la scissione del suo io in formazione.”  Ho fatto insieme a voi questo breve ripasso per ricordare a tutti che i genitori hanno tra le loro mani le menti dei loro figli.

In questa atmosfera così angosciosa quali sono i vissuti emotivi del piccolo?

Paura: del genitore violento, di causare disturbo o la carcerazione del genitore, o la rottura della famiglia, di perdere l’adulto importante per lui o di essere allontanato da casa, d’essere diverso;

Rabbia: verso il genitore violento, verso l’adulto percepito come poco protettivo, verso se stesso per sentirsi co-responsabile nel non poter riuscire a fare nulla;

Isolamento: sentimenti di solitudine e impotenza, pensiero di essere sbagliato (è colpa mia se mamma viene picchiata, se papà mi ha dato quello schiaffo me lo merito ecc.); questo per giustificare a livello razionale qualcosa che emotivamente e inconcepibile e quindi terribilmente angoscioso da sostenere.

Tristezza: percezione di aver perso parte di se stesso, di essere stato tradito da qualcuno in cui credeva, di essere cresciuto troppo in fretta.

Colpa: Per non aver saputo fermare l’abuso o la violenza o per aver acconsentito tacendo e no facendo nulla davanti ad esso, per aver parlato, per aver taciuto;

Confusione: perché, il minore è legato affettivamente alla persona artefice di violenza, perché a causa dell’esperienza di abuso il minore non può comprendere la differenza tra il suo bisogno di affetto e tenerezza

Il primo è il sentimento d’impotenza. Il bambino sperimenta di non essere in controllo della propria vita, in qualsiasi momento può accadere che l’adulto abbia il sopravvento su di lui e lo renda oggetto per la soddisfazione dei propri desideri. In più, all’ingiustizia connessa alla sopraffazione raggiunta attraverso la superiorità fisica e mentale, si somma la percezione bruciante della propria incapacità a sfuggire, a reagire in modo assertivo: in una parola della propria complicità almeno omissiva nella continuazione dell’abuso.

Strettamente collegato al precedente è il vissuto di tradimento. Si è ricevuto male proprio da quelli da cui ogni bambino non può che aspettarsi del bene.

Anche il vissuto di tradimento rinforza il segreto intorno all’abuso: infatti nel bambino cade la motivazione a rivelare a qualcuno da cui non ci si aspettano capacità protettive, o che si considera ben poco interessato al proprio destino. Questo sentimento, anche se apparentemente meno esplosivo del precedente, lascia invece tracce devastanti nella psiche delle vittime: ne è un’amara riprova la difficoltà di elaborarlo in psicoterapia, dove diventa accessibile di solito più tardivamente dei sentimenti connessi alla relazione con l’abusante, e richiede tempi anche molto lunghi prima di essere ricomposto attraverso una parziale assoluzione e comprensione del comportamento materno, premessa per la ricostruzione di un sufficiente rapporto di fiducia. Va notato che, sebbene in misura talvolta meno intensa, sentimenti di impotenza e tradimento sono l’esito nei bambini anche di esperienze di maltrattamento fisico e trascuratezza grave, che costituiscono un analogo attacco alla possibilità di autostima e di riporre fiducia nelle relazioni primarie.

LE CONSEGUENZE:

L’esposizione a questo tipo di violenza rappresenta un “fattore di rischio” per il manifestarsi di sintomi in alcune aree di funzionamento:

emotivo (rabbia, ansia, ritiro, depressione, mancanza di autostima);

cognitivo (ritardi nello sviluppo, linguaggio povero, difficoltà scolastiche);

comportamentale (crudeltà verso gli animali, aggressività, accessi di collera, immaturità, acting-out, delinquenza, marinare la scuola, deficit dell’attenzione e iperattività);

sociale (rifiuto dei pari, bassa abilità sociale, difficoltà ad empatizzare con gli altri);

fisiologico (difficoltà del sonno, problemi legati alla crescita, problemi alimentari, scarsa coordinazione motoria, comportamenti regressivi, sintomi psicosomatici come eczema ed enuresi notturna).

Da parte loro, i bambini si trovano a dover elaborare diversi tipi di sentimenti in rapporto ai diversi tipi di trauma. La loro possibilità di elaborazione psicologica dipende dalla modalità con cui i bambini possono sopportare l’oggetto traumatico, l’azione traumatica e la propria immagine durante e lungo l’evento traumatico. Il trauma derivato dal maltrattamento o abuso sessuale diviene sempre un danno psichico. Il danno mentale che registriamo riguarda l’area relazionale, quell’area affettiva tra genitore e figlio che dovrebbe costituire il motore della vita psichica.

Il maltrattamento nell’infanzia, anche a livelli modesti, altera la capacità del cervello di regolare il circuito della reazione alla minaccia e porta ad un aumento dell’internalizzazione dei sintomi nella tarda adolescenza causando ansietà e depressione; Maltrattamento e abuso  inducono cicatrici difficili da “guarire” o forme mai del tutto rimarginabili ma sicuramente che possono essere trasformate per diventare altro. Cancrini nel suo libro “Ascoltare i bambini, psicoterapia dell’infanzia negate” afferma che le ferite dei primi anni di vita, anni fondamentali per lo sviluppo corpo-mente, della formazione dell’autostima, della rappresentazione di sè rispetto ad un altro, dell’immagine corporea del senso e del valore della vita umana sono le più profonde. Se  le traumatizzazioni, il maltrattamento l’abuso psicologico, fisico e sessuale sono sempre gravissimi, ancora più gravi e distruttive per la psiche appaiono quelle subite dalla figura di attaccamento da una mano che avrebbe dovuto, invece di colpire, aiutare a crescere e sostenere, lenire, difendere. Quello che si spezza è la fiducia in un altro a cui istintivamente il piccolo si rivolge per protezione e rassicurazione. I bambini che convivono quotidianamente con la violenza vivono quotidianamente una vita dove il parametro dell’esperienza è l’aggressione e vive perennemente con un senso di colpa per tutto (essere addirittura la causa della violenza dei litigi e della violenza della coppia) facendolo addirittura dubitare del diritto all’esistenza; è in continua angoscia  e tensione che il fatto possa ripetersi da un momento all’altro…insomma impara bene come non vivere ma non sa cosa significa vivere, essere libero, il rispetto dell’altro, il rispetto della diversità. Poichè  non gli è dato permesso di esprimere cosa prova il bambino impara a sopprimere i suoi sentimenti (insomma impara a fare quello che gli è chiesto, diventare un fantasma e  vivere solo tramite l’emozione  che ha appreso, la rabbia). Il bambino  va un po’ in giro come un kamikaze…silente ma pronto all’esplosione probabilmente anche avendo paura di questa sua rabbia visto quello che può provocare. Accanto a questi meccanismi di difesa con il quale il piccolo si protegge da sentimenti penosi legati all’esperienza della violenza ne esistono altri che egli mette in atto per difendere l’immagine dei genitori. Il bambino abusato deve infatti riuscire a garantirsi il rapporto con i genitori reali e con e loro figure interne “normalizzando” ciò che riceve da loro.


Luberti R, Pedrocco Biancardi M. T., 2005, “La violenza assistita intrafamiliare. Percorsi di aiuto per bambini che vivono in famiglie in famiglie violente”, F. Angeli.

Cancrini  L .,2017 “Ascoltare i bambini, psicoterapia dell’infanzia negate”. Raffaello Cortina Editore

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Psicologa, psicoterapeuta Sistemico Familiare. Lunga esperienza nel campo della riabilitazione della disabilità e del lavoro con famiglie e bambini. Esperienza di formatrice per le educatrici della scuola di infanzia e gruppi di genitori con metodo montessoriano. Conduce gruppi e seminari rivolti alla famiglia e alla sua organizzazione. Conduce gruppi esperienziali per il benessere psico-fisico.

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