Psicopatologia

EMDR, ansia e neuroscienze

Nella mia pratica clinica incontro molto spesso pazienti che chiedono un percorso di psicoterapia per sintomi ansiosi che si sono presentati per la prima volta in quel momento della loro vita o che riemergono a distanza di tempo. In un articolo pubblicato sulla Rivista di Psicoterapia EMDR, Gabriella Giovannozzi (2016) presenta una disamina di studi di neuroscienze sui disturbi d’ansia e le peculiarità del lavoro terapeutico con EMDR che vanno a rispondere efficacemente in direzione della risoluzione delle problematiche ansiose del paziente.

Alla base dei disturbi che comportano ansia vi è un’alterazione della valutazione della presenza di una minaccia. L’ansia rappresenta il sentimento conscio (assemblato cognitivamente) nei riguardi di un pericolo/rischio che il nostro cervello ha rilevato in modo inconsapevole: lo stimolo esterno che è catturato dai sistemi sensoriali viene classificato a livello inconsapevole come “minaccia”. A questo punto, i circuiti predisposti all’output nel caso di presenza di pericolo, primo fra tutti l’amigdala, portano ad un aumento dell’arousal, a risposte comportamentali e a cambiamenti fisiologici del corpo. Viene quindi attivato il Sistema Nervoso Autonomo (SNA). Per confermare questo processo inconscio esistono molti studi che testimoniano come l’amigdala possa rilevare minacce a livello inconsapevole e attivare una serie di risposte difensive per fronteggiarle. Alcune informazioni vengono, inoltre, inviate dall’amigdala alla corteccia prefrontale che regola il pensiero astratto e la capacità di elaborare giudizi sui dati raccolti, programmando di conseguenza comportamenti coerenti con tali informazioni. La corteccia ha quindi la funzione di modulare l’amigdala man mano che lo stimolo viene interpretato e affrontato. L’apprendimento e la memoria (collegati all’ippocampo) permettono, in aggiunta, una rielaborazione consapevole della minaccia. Questo tipo di elaborazione consapevole è però più lenta rispetto ai processi neurali che regolano, nei confronti del pericolo, le risposte di difesa di tipo automatico. Un altro fattore non va dimenticato: durante lo sviluppo dell’individuo i circuiti sottocorticali che regolano le risposte difensive maturano prima di quelli corticali legati a linguaggio e cognizione. Un bambino, quindi, potrà cogliere un’aggressione verbale anche prima di aver imparato a comprendere il contenuto delle parole ad essa collegate. Nel protocollo dell’EMDR sull’ansia si tornerà alla primissima infanzia per cercare target da trattare e quindi affrontare l’inadeguata valutazione di minaccia presente oggi nel paziente.

Dopo che la presenza della minaccia è stata registrata, viene attivato il Sistema Nervoso Simpatico (SNS). Le ghiandole surrenali secernono adrenalina, il cuore batte con maggior frequenza, il respiro diventa più veloce, i sensi si acuiscono. Si attivano, quindi, reazioni fisiologiche e comportamenti volti alla sopravvivenza dell’individuo del tutto adattivi.

Nel paziente ansioso la reazione scatenata dal SNA è la normale difesa che ogni animale avrebbe di fronte ad un pericolo. Il punto cruciale del disturbo, invece, è rappresentato dalla valutazione distorta di minaccia attribuita allo stimolo incontrato.

Un altro aspetto interessante è capire se il SNS sta preparando l’individuo alla fuga o all’attacco. La fuga in genere è legata all’emozione della paura, mentre l’attacco a quella della rabbia. Le sensazioni corporee che il paziente vive possono aiutare lo psicoterapeuta a capire che tipo di emozione egli sta provando e, quindi, che tipo di comportamento difensivo sta per mettere in atto.

Molto spesso l’ansia esperita nasconde rabbia. Se si pensa agli animali, questi di fronte ad una minaccia scelgono come prima difesa la fuga, ma se non vedono possibile l’alternativa di scappare, per sopravvivere al pericolo passeranno all’attacco. Un paziente che quindi esperisce rabbia di fronte ad una minaccia passando all’attacco ha avuto probabilmente esperienze dove per lui era impossibile difendersi con la fuga. Fare questa distinzione ci indirizza nella scelta dei target da trattare con l’EMDR.

Possiamo quindi affermare che le caratteristiche del paziente ansioso sono:

  1. maggiore attenzione alle minacce
  2. non discrimina adeguatamente tra minaccia e sicurezza
  3. ha un’intensa reattività alle minacce non prevedibili
  4. sovrastima il tipo di minaccia e la sua probabilità: bias cognitivi che distorcono l’interpretazione dello stimolo. Tramite apprendimento e memoria tali bias sono specifici per ogni paziente.
  5. utilizza l’evitamento dello stimolo, che in realtà rinforza la percezione di minaccia
  6. ha un controllo comportamentale e cognitivo disadattivi. Essendo l’attività dell’amigdala e della corteccia in parallelo, nel paziente ansioso questa attività non è coordinata adeguatamente.

Tutte le risposte del SNA e SNS sono corrette e adeguate nel paziente ansioso. Nella terapia bisognerà, invece, lavorare sulla valutazione della minaccia, sulle informazioni consapevoli ansiogene consolidate con l’apprendimento e la memoria e ricollegare successivamente tali informazioni (dopo averle risanate) con le aree neurali che si occupano di valutare lo stimolo come minaccioso (amigdala).

Per raggiungere tale obbiettivo è particolarmente efficace l’EMDR: in vari studi di neuroscenze è emerso che questo tipo di trattamento attiva la corteccia prefrontale e quindi permette un maggiore controllo sull’attività dell’amigdala. Inoltre, lavorando sulle cognizioni negative e sulle emozioni e sensazioni corporee ad esse correlate permette di intervenire sui processi bottom up e top down dell’ansia. L’obiettivo non è solo elaborare i ricordi di alcuni episodi ansiogeni, ma soprattutto quello di scomporli andando a rintracciare le componenti sensoriali legate alla minaccia e che attivano l’amigdala. Dopo aver lavorato sulla componente implicita della minaccia si dovrà creare il collegamento con la componente esplicita. Successivamente alla ristrutturazione cognitiva si procederà a verificare se lo stimolo attivi ancora l’amigdala in modo automatico. Il lavoro prevede sempre un’estinzione della minaccia passata e della minaccia presente, con l’attenzione agli scenari futuri.


Giovanozzi, G. (2016). Il contributo delle neuroscienze nel trattamento dell’ansia con EMDR. Rivista di Psicoterapia EMDR, n. 32, 50-54.

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dr.ssa Marilena Celani

Psicologa, psicoterapeuta per adulti ed età evolutiva, psicodiagnosta, terapeuta E.M.D.R., consulente in Mediazione Familiare e insegnante di Baby Massage. Mi occupo di disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, elaborazione di esperienze traumatiche, problematicità nella relazione genitori e figli, sostegno in fasi di cambiamento del ciclo di vita, intervento in situazioni di separazione e divorzio. Lavoro nelle scuole per la formazione degli insegnanti, la gestione delle dinamiche del gruppo classe, la presenza di alunni diversamente abili, l'intervento su situazioni di emarginazione, fenomeni di bullismo o difficoltà relazionali di altro tipo. Mi occupo di gruppi di psicoeducazione per bambini e adolescenti, training sulle competenze genitoriali e corsi di Baby Massage.

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