Sesso

Il ruolo di genere

Mentre l’identità di genere riguarda l’immagine di sé a livello intrapsichico, cioè come definiamo noi stessi («sono un maschio o una femmina?»), il ruolo di genere riguarda gli aspetti culturali e normativi, cioè come dovrebbe essere, comportarsi, apparire un maschio e come dovrebbe essere, comportarsi, apparire una femmina.

In questi articoli ci stiamo occupando di: 1) il sesso biologico: 2) l’identità di genere; 3) il ruolo di genere; 4) l’orientamento sessuale, 5) l’orientamento affettivo e 6) il comportamento sessuale

È chiaro che la distinzione tra sesso biologico, identità e ruolo è abbastanza artificiale, nella nostra percezione la sessualità è un tutt’uno. Negli ultimi decenni tuttavia le trasformazioni culturali hanno costretto a riflettere su queste componenti perché è evidente che non sempre coincidono e che la coincidenza perfetta è più una convenzione che una realtà.

Nei secoli scorsi le regole sociali invece erano parecchio rigide al riguardo: se si ha un fisico maschile bisogna sentirsi maschi, comportarsi da maschi, vestire da maschi, pensare da maschi e avere desideri da maschi. Già, ma… come pensa, come si comporta, in che modo si veste e cosa desidera un maschio?

Questi aspetti sono cambiati nel corso dei secoli e sono differenti da cultura a cultura. Solo gli ignoranti possono pensare che il modo di essere maschio e femmina nell’antico Egitto, in Cina, nel Medio Evo o nell’Impero Inca sia uguale a quello che abbiamo noi oggi in Occidente. Tanto per fare un esempio, in molte culture era naturale per i maschi portare i capelli lunghi e decorarsi con gioielli.

A questo punto però è necessario capire bene una cosa: alcune aspettative sociali riguardo al genere sono legate al sesso biologico (e quindi più stabili) mentre altre – la maggior parte – sono legate a mode culturali.

I maschi in media hanno maggiori volumi e densità della parte sinistra dell’amigdala, dell’ippocampo, della corteccia insulare, del putamen; densità più elevate del cervelletto e del claustrum di sinistra, volumi più grandi della circonvoluzione anteriore paraippocampale bilaterale, del giro cingolato posteriore, del precuneus, dei lobi temporali, e del cervelletto, della circonvoluzione del cingolo anteriore e dell’amigdala destra.
Al contrario, le femmine in media avevano una maggiore densità del lobo frontale sinistro, e maggiori volumi del lobo frontale destro, delle circonvoluzioni frontali inferiore e media, della pars triangularis, del planum temporale/parietale, del giro del cingolo anteriore, della corteccia insulare, del giro di Heschl del talamo bilaterale, del giro paraippocampale di sinistra e della corteccia occipitale laterale (fonte)

Il sesso fenotipico, cioè le caratteristiche fisiche di maschi e femmine, e il dimorfismo cerebrale, cioè le differenze cerebrali di uomini e donne, influenzano la propensione per alcuni mestieri, tipi di sport, atteggiamenti, modi di essere. Ciò non significa che una donna non possa fare l’ingegnere o un uomo non possa fare l’insegnante ma che mediamente le caratteristiche biologiche hanno fatto sì che certi ruoli divenissero appannaggio di un genere rispetto all’altro.

Ma su queste differenze somatiche si innestano poi le stratificazioni culturali: da qui agli stereotipi il passo è brevissimo.

Nessuna persona sana di mente può credere che desiderare scarpe coi tacchi o aspirare a fare la velina siano aspetti regolati dal DNA delle donne. O che fare il poliziotto o il camionista sia un lavoro solo per uomini. C’è un aspetto che sorprende in questa regolazione sociali dei ruoli: se il movimento è F → M è tollerato e anche visto con favore mentre se è M → F è ostracizzato. Il motivo è semplicemente da ricercare nel maschilismo e nel misoginia interiorizzata di gran parte delle donne.
Faccio un paio di esempi: dire a un bambino «Sei una femminuccia» è offensivo, mentre dire a una bambina «È un maschiaccio» è quasi un complimento. Non è un caso che le donne oggi indossino abitualmente pantaloni, giacche e anche cravatte (tipologie di abiti nati come distintivi maschili) mentre – per quanto l’industria della moda ci provi da decenni – i maschi non indossano gonne, minigonne e scarpe con i tacchi. Agli uomini sono riusciti solo a vendere le borsette e la ceretta.
Questa resistenza dei maschi ad apparire “femminili” e la disapprovazione delle stesse donne verso uomini che non incarnino gli aspetti esteriori della mascolinità indica chiaramente il maschilismo dominante nella definizione del ruolo di genere.

Il ruolo di genere quindi è uno dei due poli dell’identità di genere: da una parte la biologia (i cromosomi, i genitali…) e dall’altra la cultura (le aspettative, le tradizioni…). Il nostro definirci uomo o donna dipende da entrambe le componenti.

In conclusione, le differenze tra uomini e donne non sono moltissime: c’è maggiore diversità, diceva Erich Fromm, tra maschi e maschi e tra femmine e femmine che tra maschi e femmine. Il fatto che ci siano differenze non significa che uno sia “migliore” e l’altro “peggiore”. È una conclusione stupida. E la stupidità, come l’intelligenza, è diffusa tanto tra i maschi quanto tra le femmine.

 

 


Fromm E. (1997). Amore, sessualità e matriarcato. Milano: A. Mondadori

Dèttore D (2001). Psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale. Milano: McGraw-Hill

Dèttore D & Lambiase E (2011). La fluidità sessuale. La varianza dell’orientamento e del comportamento sessuale. Roma: Alpes

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dr Christian Giordano

Ideatore e Fondatore a Centro Psike
Psicologo, Psicoterapeuta, terapista sessuale e di Coppia, esperto in analisi transazionale e perizia grafologica. Mi occupo di disturbi di personalità, problemi sessuali, depressione e ansia. Nel mio studio accolgo ogni paziente con calore, rispetto e assenza di giudizio. Sono convinto che ogni persona può cambiare e migliorare sé stessa.

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