Psicologi

L’importanza dell’alleanza terapeutica: una lettura analitico transazionale

Quando qualcuno chiede aiuto ad uno psicoterapeuta è di solito motivato da un desiderio personale  di cambiamento oppure da una richiesta altrui di cambiare alcuni aspetti del suo carattere. In che modo la psicoterapia favorisce il cambiamento? Compito fondamentale del terapeuta è accompagnare il paziente nella comprensione dei propri processi di funzionamento, per poter poi valutare se le modalità usate siano adeguate ed efficaci nelle situazioni problematiche e poterle eventualmente cambiare. Ad una comprensione prevalentemente cognitiva del proprio “funzionamento” se ne accompagna un’altra più “emotiva”: nel viaggio di conoscenza di sé il paziente incontra anche i suoi vissuti (ad es. il vissuto di non sentirsi compreso da qualcuno, o di sentirsi escluso, o di non essere in grado, e via dicendo), conosce la loro origine e le emozioni primarie cui essi sono legati. In questo modo inizia conoscere il proprio mondo interiore e capirsi, avvicinandosi ai suoi stati emotivi piuttosto che tenersene lontano e collegando tra di loro le emozioni, i pensieri ed i comportamenti elicitati da situazioni specifiche. L’alleanza terapeutica è ciò che permette a paziente e terapeuta di esplorare, conoscere e lavorare per il cambiamento. Perché?

L’alleanza è un momento molto delicato, che può essere anche molto complesso. In Analisi Transazionale l’alleanza è identificabile sia con una fase della terapia che con un processo relazionale che dà avvio e caratterizza l’intera relazione terapeutica (Berne, 1961; Novellino, 1998).

Prima di poter iniziare a lavorare e rivelarsi al terapeuta il paziente ha bisogno di sapere se quella persona è affidabile per sé. Usando l’ A2 osserva e riflette sui dati di realtà, attraverso il Piccolo Professore intuisce se l’altro è affidabile. L’alleanza terapeutica si costruisce e prosegue durante l’intero percorso di psicoterapia lungo due binari paralleli, alleanza di lavoro e alleanza transferale (Berne, 1962; Novellino, 1998), che richiedono ciascuno un’attenzione diversa e che sono collegati, a mio avviso, da una fondamentale qualità che il terapeuta deve usare con ogni singolo paziente: la funzione riflessiva descritta da Fonagy e Target (2001). L’alleanza di lavoro riguarda una comunicazione Adulto-Adulto che porta alla condivisione dell’obiettivo di lavoro con l’esplicita collaborazione del paziente. L’alleanza transferale invece si colora emotivamente attraverso il transfert del paziente verso il terapeuta, processo cui è importante il terapeuta sia sensibile umanamente e professionalmente. Ogni paziente porta i suoi bisogni insoddisfatti nella relazione terapeutica, chiedendo inconsciamente al terapeuta di soddisfarli e accettando l’Adulto del terapeuta come sostituto del suo G originario (Berne, 1962). È di fondamentale importanza quindi che il terapeuta sappia usare il Piccolo Professore (A1) per sentire e sintonizzarsi di volta in volta col bisogno del paziente per valutare poi se e come attivare una riflessione condivisa su di esso e con quale obiettivo.

Occorre prestare la giusta attenzione a quanto afferma Novellino (1998), cosa vuol dire che l’alleanza si costruisce e prosegue durante l’intero percorso? L’autore fa riferimento al fatto che l’alleanza terapeutica  appunto richiede cura da parte del terapeuta non solo nella prima fase della terapia, come fase strategica, bensì ogni volta che il paziente si avvicina a contenuti e processi personali nuovi. Il terapeuta deve considerare che quando il paziente scopre ed esplora qualcosa di sé si tratta di “materiale” cognitivo, emotivo e comportamentale che egli per primo non conosce o che ha evitato di contattare per qualche motivo. Non è scontato e non è da considerarsi tale che riveli al terapeuta questioni intime, profonde da cui si è protetto (o difeso in senso psicologico) fino a quel momento. Potrà rivelarsi di fronte ad un “testimone” (tale è il terapeuta) solo se “saprà” di potersi fidare, solo se “saprà” che quel testimone maneggerà con cura e rispetto contenuti e processi sconosciuti. Ogni volta, dunque, il terapeuta, sintonizzandosi con il paziente, ed usando il suo occhio clinico potrà e dovrà comprendere, umanamente e professionalmente, quale sia il modo migliore e rispettoso di accompagnare il paziente in una nuova esplorazione di sé.

Mentre alleanza di lavoro ed alleanza transferale divengono via via più profonde ricostruendosi di volta in volta, il terapeuta usa e mette in atto quella funzione propria della madre con il bambino, la funzione riflessiva e nel fare questo avvia due processi: il processo di regolazione emotiva ed il processo di mentalizzazione (Fonagy & Target, 2001), falliti nelle varie fasi evolutive. In questo modo il paziente, a partire dalla fase di alleanza e durante l’intero percorso, ad un livello molto profondo sviluppa capacità contenitiva e riflessiva dei propri vissuti, a partire dall’uso della medesima funzione da parte  del terapeuta. In questo modo terapeuta e paziente potranno di volta in volta accedere e lavorare sulle “questioni” necessarie per raggiungere l’obiettivo della terapia.


Berne, E. (1962). In treatment, TAB, 1, 2. In Novellino, M. (1998). L’approccio clinico all’analisi Transazionale. Milano: Franco Angeli.

Fonagy, P., Target, M. (2001). Attaccamento e funzione riflessiva. Milano: Cortina Editore.

Novellino, M. (1998). L’approccio clinico all’analisi Transazionale. Milano: Franco Angeli.

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