Età evolutiva

Il disagio dei ragazzi Hikikomori: come intervenire.

In questo post descriverò alcuni aspetti specifici dell’Hikikomori, fenomeno sociale di cui ho già parlato in un precedente lavoro. In particolare, mi soffermerò sulle peculiarità con cui si manifesta in Italia e sulle possibili modalità di intervento, facendo riferimento alle informazioni divulgate dall’Associazione Hikikomori Italia.

Il termine hikikomori significa “stare in disparte” e descrive un forte stato di malessere manifestatosi inizialmente solo tra giovani che vivevano in Giappone e diventato oggetto di studio a partire dagli anni ’80. Si tratta di ragazzi che decidono di ritirarsi dalla vita sociale, evitando qualsiasi contatto con il mondo esterno e, infine, anche con la propria famiglia. Si rinchiudono totalmente nella propria stanza non permettendo a nessuno di entrare e occupano il tempo con la lettura, guardando la TV, disegnando, coinvolgendosi in videogiochi o in attività attraverso la rete internet (es. social network). Come già detto, questa forma di disagio giovanile viene ormai considerata una sindrome primaria, non derivata quindi da altri tipi di patologia. Va perciò distinta da schizofrenia, depressione, disturbi d’ansia (es. fobia sociale) e dall’internet addiction (dipendenza da internet).

In particolare, come fortemente rimarcato dall’Associazione Hikikomori Italia, il fenomeno hikikomori va distinto dalla dipendenza da internet per diversi motivi. Prima di tutto, si è manifestato durante gli anni ’80 quando ancora l’uso di internet non era così sviluppato. Facendo riferimento ad alcuni studi, inoltre, viene riscontrato che solo nel 30% dei casi in questi ragazzi è stato rilevato anche uno stato di dipendenza da intenet, mentre nella maggior parte dei soggetti internet è utilizzo solo come passatempo o evasione. Quando la dipendenza si verifica, questa si sviluppa in genere successivamente al ritiro sociale, non ne è la causa. Al contrario, quando è l’abuso di internet che spinge l’individuo verso un ritiro allora si deve parlare di “internet addiction” come causa dell’isolamento: in questo caso la dipendenza da intenet è la sindrome primaria.

Generalmente l’uso di internet rappresenta per questi ragazzi l’unico modo per mantenere delle relazioni con altre persone e per non isolarsi totalmente. Accettano le relazioni virtuali perchè attraverso uno schermo, o costruendosi un’identità fittizia, possono evitare il senso di vergogna che in genere sperimentano nella vita reale. Possono sentirsi più protetti dal rischio di critiche e umiliazione, o riuscire più facilmente a vivere un senso di appartenenza ad un gruppo (es. tramite forum e chat).

DISTINZIONE PER L’ITALIA

Sono state riscontrate delle similitudini tra le condizioni che determinato l’hikikomori in Giappone e quelle riscontrate in Italia: l’eccessiva protezione della famiglia con la possibilità di essere mantenuti economicamente da questa; il narcisismo; la relazione simbiotica madre-figlio; la crisi economica fonte di insicurezza e maggiore pressione a “darci dentro” nella professione. Tra i fattori scatenanti in entrambi i paesi sono stati riscontrati atti di bullismo subiti e difficoltà scolastiche.

Per quanto riguarda le differenze, gli hikikomori italiani hanno un’età inferiore rispetto a quelli giapponesi (gli appartenenti alla prima generazione nipponica del fenomeno possono avere 40 anni di età), è presente un minor numero di ragazze e utilizzano molto di più internet con comportamenti di dipendenza. Gli italiani sperimentano meno senso di vergogna o di colpa quando si ritirano dai contatti sociali rispetto ai coetanei giapponesi.

INTERVENTO

Da quanto detto, è facilmente intuibile che l’intervento si presenti come molto complesso. L’ostacolo più grande è rappresentato dal fatto che il ragazzo non crede di avere un problema e rifiuta il contatto sociale, isolandosi nella propria stanza e reagendo a volte con violenza se invitato ad uscire. La famiglia, al contrario, coglie le difficoltà del figlio e fa pressioni su di lui verso il cambiamento, cioè, verso un tornare ad essere “quello di prima”.

Spesso, nella cultura giapponese, un figlio hikikomori è fonte di vergogna in quanto fallimento rispetto ai canoni di successo e perfezionismo socialmente richiesti. Le famiglie possono quindi nascondere il problema e non chiedere aiuto, se non quando è troppo tardi per un recupero veloce. In Giappone esistono associazioni no profit che aiutano queste famiglie attraverso il metodo delle rental sisters (sorelle in prestito): sono ragazze volontarie che vanno a casa del giovane e iniziano a parlare con lui attraverso la porta chiusa, a volte anche solo tramite il cellulare o bigliettini scritti. Si tratta di un lungo, delicato e paziente lavoro volto a stabilire contatto e fiducia e che può durare anche anni.

Si organizzano incontri con le famiglie, interventi a domicilio e, quando il ragazzo accetta di uscire, terapie individuali e di gruppo. L’intervento psicologico è comunque complesso perché implica entrare in dinamiche famigliari e culturali molto radicate. È chiaro che l’aiuto fornite avrà maggiore impatto se la richiesta di cambiamento sarà volontaria.

Crepaldi indica alcuni principi da tenere a mente quando si offre aiuto a un ragazzo hikikomori:

  1. non lo sto facendo per me: il ragazzo non deve diventare quello che io voglio che sia, seguendo dei canoni ideali e stereotipati, ma trovare una sua strada per essere sereno in modo adattitivo per lui;
  2. posso aiutarlo fino a un certo punto: ci deve essere una motivazione intrinseca a farsi aiutare. La decisione finale spetta al ragazzo;
  3. devo continuare a vivere la mia vita: l’abnegazione all’aiuto rischia di aggravare la situazione perché crea maggiore pressione sul giovane.

COMPORTAMENTI CONSIGLIATI

1. Riconoscere la sofferenza del ragazzo, senza banalizzarla o sminuirla.

2. Allentare la pressione di realizzazione sociale, che può manifestarsi anche nel proprio atteggiamento di avvicinamento al ragazzo (“non voglio spingerti a cambiare”).

3. Cercare un confronto, un dialogo e una riflessione critica sul problema, non manipolando le intenzioni del ragazzo.

4. Interpretare il problema a livello sistemico e non come legato al singolo individuo. Bisogna agire su tutti quei fattori sociali, scolastici o famigliari che possono avere un impatto sulla condizione di isolamento.

5. Responsabilizzare il soggetto, soprattutto nel caso di un hikikomori adulto. È importante che si senta trattato alla pari: deve poter gestire il proprio spazio, l’intimità e l’autonomia decisionale. Deve però responsabilizzarsi circa l’effetto generato dai suoi comportamenti. Non bisogna essere sempre pronti a soddisfare ogni sua necessità.

6. Essere trasparenti: non fare cose a loro insaputa perchè questo genererebbe sfiducia e sospetto.

7. Spezzarne la routine attraverso attività che evadano dagli schemi consolidati e che creino una discontinuità rispetto al proprio isolamento.

8. Focalizzarsi sul benessere: aiutarlo a stare meglio e solo dopo a recuperare la frequenza scolastica, la carriera e la vita sociale interrotta.

COMPORTAMENTI DA EVITARE

1. Assumere un atteggiamento iperprotettivo o assistenzialista, che ostacolerebbe la sua crescita psicologica e sociale impedendogli di sperimentare situazioni di insuccesso e delusione.

2. Intraprendere azioni coercitive, come privarlo forzatamente di internet. L’uso di internet non è la causa del problema: si rischierebbe una condizione di isolamento ancora maggiore.

3. Abnegarsi e rinunciare al proprio benessere, aumentando la pressione e il senso di colpa sperimentato dal ragazzo.

4. Trattarlo come un malato: automaticamente reagirà con orgoglio e tenderà ad allontanarsi.

5. Giudicarlo per la propria condizione. Bisognerà concentrarsi, invece, sul suo malessere e sulle cause che lo hanno portato a tale scelta.

6. Pressarlo affinché ritorni a scuola o frequenti gli amici, generando in lui la sensazione di non essere compreso nel proprio malessere.

In Giappone esistono comunità che gli hikikomori possono frequentare o nelle quali risiedere. Sembra che questo tipo di inervento abbia molto successo a lungo termine, prevenendo le ricadute. In comunità i ragazzi vengono seguiti da volontari che “parlano la loro stessa lingua” (giovani con le stesse passioni, interessi, ecc.) e da personale esperto (psicologi, psichiatri, educatori, assistenti sociali, ecc.). Purtroppo in Italia non esistono ancora strutture di questo tipo.

Nonostante il fatto che il fenomeno si presenti ormai in diversi paesi, in Giappone manterrà comunque delle peculiarità che non potranno essere generalizzate altrove perchè legate ad usanze, abitudini, valori morali della cultura di appartenenza. Anche l’intervento clinico andrà quindi calibrato in base alla realtà su cui dovrà impattare.


www.hikikomoriitalia.it

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dr.ssa Marilena Celani

Psicologa, psicoterapeuta per adulti ed età evolutiva, psicodiagnosta, terapeuta E.M.D.R., consulente in Mediazione Familiare e insegnante di Baby Massage. Mi occupo di disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, elaborazione di esperienze traumatiche, problematicità nella relazione genitori e figli, sostegno in fasi di cambiamento del ciclo di vita, intervento in situazioni di separazione e divorzio. Lavoro nelle scuole per la formazione degli insegnanti, la gestione delle dinamiche del gruppo classe, la presenza di alunni diversamente abili, l'intervento su situazioni di emarginazione, fenomeni di bullismo o difficoltà relazionali di altro tipo. Mi occupo di gruppi di psicoeducazione per bambini e adolescenti, training sulle competenze genitoriali e corsi di Baby Massage.

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