Processi cognitivi

Vi presento Invidia: cos’è, da dove origina e… è davvero così cattiva?

L’invidia viene vissuta come un sentimento da evitare come la peste, sia quando si parla di sè “Io invidiosa/o?! Quando mai!”, sia quando si parla degli altri “Tutta invidia!” in riferimento ad un comportamento che abbiamo percepito come un attacco. Queste sono le due frasi che racchiudono il nostro odierno rapporto con l’invidia: un sentimento “cattivo” facilmente riconoscibile o attribuibile agli altri e difficilmente attribuibile a se stessi. Ed in questo modo di relazionarsi all’invidia sono distinguibili due elementi:

  1. la convinzione che sia un sentimento “cattivo”, fondamentale perché socialmente disdicevole
  2. la tendenza, proprio per questo, a riconoscerla negli altri e non in sé.

Ebbene, è così? Alcune persone provano invidia ed altre no? No, non è così, e nelle spiegazioni che presenterò di seguito farò riferimento ad un’autrice che ha studiato a lungo tale sentimento, Melanie Klein. Il processo invidioso è molto complesso ed articolato, proverò ad offrirne una spiegazione sufficientemente semplice da essere comprensibile anche a chi non addetto ai lavori.

L’invidia è un sentimento che fa parte della nostra crescita psicologica e di conseguenza, nessuno ne è esente perché la prima persona verso cui nutriamo invidia è la madre o chi ne fa le veci. Dunque l’invidia nasce come un sentimento neutro, che è normale provare, anzi inevitabile. Diventa malvisto socialmente probabilmente perché contiene in sè rabbia diretta verso la persona oggetto di invidia.

Ma cos’è l’invidia? E verso chi la proviamo? “L’invidia è un sentimento di rabbia perché un’altra persona possiede qualcosa che desideriamo e ne gode, l’impulso invidioso mira a portarla via e danneggiarla” (M. Klein, 1957, p.15). Nel processo invidioso troviamo ingredienti quali rabbia, competizione, frustrazione ed incapacità di tollerare la frustrazione. Ma perché?  Cosa succede a me se tizio ha proprio quello che voglio io per cui mi arrabbio così? Sembra una reazione spropositata. Provare un’intensa invidia da adulti significa che c’è una tappa evolutiva che non è stata risolta o lo è stata in parte, cioè la capacità di tollerare la frustrazione temporanea dei propri bisogni. E dato che l’invidia limita la capacità di godere delle cose “buone” ritengo che si possa godere solo se dentro di noi ci sentiamo “sicuri” e “sereni”.

Le origini dell’invidia risalgono all’esperienza di allattamento al seno, il momento di accudimento per eccellenza, durante il quale il bambino fa un’esperienza viscerale di sicurezza fisica e psichica attraverso il contatto corporeo ed il nutrimento. L’allattamento insieme alle modalità con cui la madre offre il latte rappresentano anche, nell’esperienza del bambino, la bontà e l’infinita disponibilità della madre, come se fosse sempre “pronta all’uso”. La presenza e la disponibilità della madre sono fonte di sicurezza e di piacere, due vissuti che si rinforzano vicendevolmente. Quando invece il bambino si trova nella condizione di dover aspettare per mangiare, cosa che normalmente accade, inciampa nella frustrazione del suo bisogno, un bisogno che nasce dalla percezione di un’assenza, infatti finché non ho fame non cerco cibo. In questo caso il bambino percepisce un sentimento sgradevole e quasi pauroso con cui non vuole rimanere in contatto in quanto ancora incapace di rassicurarsi da solo ed è assente chi gli fornisce tale sicurezza. L’attesa diventa dunque motivo di rabbia, vivendo la madre come responsabile e causa di un sentimento così potente perché lei ha qualcosa di buono dentro di sé, che lui desidera e che lei tiene per sé. Questa è l’invidia primaria.

Questo processo primordiale è il medesimo che si presenta quando siamo invidiosi “da grandi”. L’invidia diventa un problema quando ci impedisce di vedere ciò che invece abbiamo come fonte di piacere e di goderne. Questo può accadere perché nella relazione con il caregiver il bambino (per la qualità della relazione materna o per specifiche circostanze) non riesce, nel corso della sua crescita, ad interiorizzare l’oggetto buono e l’esperienza rassicurante che ne deriva, non riesce cioè a godere di quell’esperienza “calda” ed usarla per costruire la sua sicurezza interna, quella sicurezza che possiamo usare da adulti di fronte ad eventi per noi stressanti. Ad esempio potrebbe accadere perché la madre non vive bene l’allattamento per cui il bambino percepisce che la disponibilità di ciò che per lui è fondamentale è limitata. Se questo processo di interiorizzazione non è stato sufficientemente portato a termine allora sarà difficile modulare l’invidia e la rabbia che l’accompagna.

Come vediamo, dunque, il processo invidioso è composto di due elementi: l’incapacità di tollerare la frustrazione e la paura di rimanere senza quel nutrimento fisico e psichico necessario per la sopravvivenza. Da adulti l’invidia è rivolta a persone che percepiamo simili a noi e verso cui, similarmente a quanto vissuto nella prima infanzia, ci sentiamo inferiori se hanno quel “qualcosa in più”. La convinzione che accompagna l’invidia “adulta” è che “senza quella cosa io non posso essere felice” come se essa rappresentasse la funzione materna di sicurezza, e “null’altro di quel che ho nella mia vita mi soddisfa”. Se crediamo che questa sia la realtà, va da sè che ci sentiamo scoperti, troppo per riuscire a scaldarci da soli.

Buona riflessione.

 


Klein, M. (1957). Invidia e gratitudine. Firenze: Giunti Editore S.p.A. Trad. It: 2012

2 pensieri su “Vi presento Invidia: cos’è, da dove origina e… è davvero così cattiva?

  1. L’invidia nei confronti di un altro,secondo me giustificata, scatta nel momento in cui costui acquisisce dei privilegi,magari danneggiandoci, senza meritarli.Se,invece,li merita,la maggior parte di noi prova ammirazione.

    1. Gentile Signore, la ringrazio per la condivisione della Sua riflessione. Credo che nell’esempio da lei riportato (qualcuno ottiene dei privilegi senza meritarli) possano entrare in campo vissuti che potrebbero essere diversi dall’invidia. Per quanto riguarda invece l’ammirazione per chi ottiene dei privilegi meritandoli, Melanie Klein, l’autrice cui faccio riferimento, ritiene che possa essere il modo trovato, inconsciamente, per non provare la sgradevole invidia, facendo sempre le dovute contestualizzazioni. Cordiali saluti.

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