Psicopatologia

La famiglia psicotica in una visione sistemico relazionale

La psicosi manifesta l’ultimo anello di un’inconscia e autodifensiva catena di sofferenza relazionale, con degli esiti che possono essere, almeno in parte, adattivi nelle due prime generazioni, ma avere risultati deleteri nella terza che invece può manifestare uno o più membri psicotici. Tra negoziazione della sofferenza e misconoscimento della realtà esiste un nesso affettivo cognitivo fondamentale: ad esempio l’idealizzazione della propria famiglia di origine e di se stessi nella seconda generazione (genitori del paziente) è connessa al bisogno di occultamento della patologia tra il rapporto tra la seconda e la terza generazione, cioè all’occultamento dei danni reali involontariamente inflitti dai genitori ai figli che diventeranno psicotici. Nella storia della psicoterapia, in particolare agli inizi degli anni ’50 si è andato man mano sviluppando un filone che richiamava l’idea di una inadeguatezza genitoriale come causa della patologia dei figli (citiamo autori come Reichmann con il concetto di madre schizofrenogenica, Bowlby con gli studi sull’interazione madre-bambino). Si osservò come in tali valutazioni cliniche però c’erano alcuni errori teorici di fondo se facciamo riferimento in particolare all’epistemologia lineare di tipo meccanicistico che prospetta una sorta di causalità diretta tra la patologia individuale di un genitore (o entrambi i genitori) e la patologia del figlio. Tale modello lineare non andava a spiegare due episodi fondamentali e comuni:

  • La presenza in una stessa famiglia di figli schizofrenici e figli relativamente sani
  • Il fatto che genitori apparentemente normali figli schizofrenici e che genitori palesemente disturbati avessero figli relativamente sani.

Alcuni autori avevano supportato l’idea che per studiare patologie come la schizofrenia era necessario far riferimento ad altri fattori causali oltre alla patologia dei genitori. Da questo punto cieco che le ricerche sulla famiglia prende le mosse di altro genere è proprio dalla concezione triangolare di Haley secondo la quale il figlio non reagisce tanto ai singoli genitori quanto alla relazione tra i due. Questa è la fondazione teorica dove si basa la terapia familiare sistemica dove è fondamentale anche il passaggio da un modello lineare ad uno circolare. Gli anni 50-60 sono stati molto importanti dal punto di vista di ricerche eziologiche relazionali sulla schizofrenia, studi che si sono suddivisi in due filoni uno basato sulla famiglia nell’ hinc et nunc e gli altri basati sul processo trigenerazionale. Tra le ricerche di questi anni ricordiamo il gruppo di Mara Selvini Palazzoli che, con la pubblicazione del 1975 di Paradosso e Controparadosso, dà un forte contributo sperimentale sulla terapia familiare degli psicotici mettendo in evidenza la forte crisi delle difficoltà dell’intero movimento familiare come movimento scientifico di indagine sul processo familiare che conduce al sintomo. A livello  clinico, è fondamentale la comprensione/spiegazione del concetto che Haley dà riguardo l’invischiamento del figlio nel conflitto della coppia genitoriale che viene elaborato successivamente nella ricerca clinica nel concetto di stallo di coppia: a tipi diversi di invischiamento corrispondevano diversi tipi di patologie.

Ad occuparsi in particolare delle famiglie psicotiche all’interno della terapia familiare sistemica è stato il gruppo della Selvini Palazzoli che ha descritto il trattamento di tale famiglie anche in libri piuttosto noti come “Paradosso e Controparadosso” (Selvini Palazzoli e al., 1975) ,“I giochi psicotici nella famiglia” (Selvini Palazzoli e al., 1988). Questi libri descrivono ampiamente due varianti del modello sistemico: le terapie paradossali e quelle basate sulla prescrizione invariabile. Il libro“Paradosso e Controparadosso”apre la via alla terapia con le famiglie a “transizione schizofrenica” dove l’enfasi  è basata tutta sulla teatralità e ritualità dell’intervento finale, se nonchè sulla terapia paradossale. Si ipotizza che questo tipo di famiglia sia un gruppo naturale regolato al suo interno da una simmetria così esasperata al punto di non essere dichiarabile e tenerla coperta. Tutti ubbidiscono alle regole del gioco familiare che si perpetuano attraverso minacce e contro-minacce, tra cui quella potentissima, che qualcuno si stacchi e lasci il campo. Come configuriamo il comportamento comunemente detto schizofrenico nell’arco evolutivo di quel peculiare gioco paradossale che caratterizza il gruppo naturale in cui esso a un certo punto si verifica? Né più e né meno che una mossa di quel gioco paradossale assolutamente unico dove ciascun giocatore si limita a spiare le espressioni degli avversari, restando tuttavia sottomesso al divieto tanto condiviso quanto non esplicito. Una partita assurda dove i giocatori si propongono di prevalere all’interno di un gioco la cui regola principe è il divieto di prevalere (e allo stesso tempo di soccombere). In una famiglia schizofrenica il paziente designato è sempre “il diverso”, l’estraniato dagli altri membri del gruppo. La diversità di un membro del gruppo implica che, essendo la relazione insostenibile, si impone un cambiamento radicale che nello stile a transizione schizofrenica è negli altri. Quale sarebbe questo cambiamento? Semplicemente devono non essere quello che sono perché solo così anche il paziente designato potrà essere quello che non è, ma che avrebbe dovuto essere. Il messaggio schizofrenico è: “Non è che dovete fare qualcosa di diverso, dovete essere quello che non siete, solo così potrete aiutarmi ad essere quello che non sono ma che potrei essere se voi foste quello che non siete”. Questo è il messaggio paradossale di chi è diventato maestro in un contesto di apprendimento in cui i membri, pur evitando in ogni modo di definire la relazione continuamente comunicano agli altri la richiesta paradossale di cambiare una definizione della relazione che non è stata mai definita. Il messaggio schizofrenico porta allora il paradosso al vertice estremo con la geniale sostituzione del fare con l’essere. In questo gioco che può trasformarsi in una gabbia per l’intera famiglia il paziente designato crede si essere al potere perché è l’unico che chiede il cambiamento e che nessuno riesce a cambiare. In questo contesto quindi i terapeuti procedevano mediante la provocazione dei vari dati di informazione atti a indurre un certo cambiamento, l’errore era quello di non calcolare alcune informazioni che la famiglia dà tenendo presente che la famiglia a transizione schizofrenica ci dà informazioni confondenti. Occorre in questo labirinto muoversi con cautela poiché alcune “porte ornate e ben in vista” che la famiglia ci mostra possono rivelarsi come vere e proprie trappole dove una volta imbarcati ci si può ritrovare in un baratro senza uscita mentre altre “porticine apparentemente insignificanti” portano a scoperte importanti. Il terapeuta quindi deve riuscire a selezionare gli abbagli che la famiglia esibisce dalle giuste strade, essere spoglio di arroganza e consapevole delle difficoltà che si possono incontrare e del fatto che occorre un certo arco di tempo per provocare retroazioni decisive che portino al punto nodale del massimo cambiamento del sistema con un minimo dispendio energetico. La questione temporale è molto importante in quanto lavorando con la famiglia entro un certo arco di tempo, con lunghi intervalli, e sempre ben attenti sulle retroazioni che essa fa, si ha la sensazione di procedere per strati dall’esterno verso l’interno avvicinandosi sempre di più al nodo centrale dove avverrà la trasformazione più grande. Un ostacolo molto importante quando si ha a che fare con una famiglia psicotica è il tenere presente sempre il condizionamento linguistico poiché questa tipologia di sistema riporta una serie di disturbi della comunicazione poiché non c’è tra i membri della famiglia una comunicazione condivisa e funzionale. Il linguaggio non è la realtà, la realtà è circolare il linguaggio lineare, i due livelli analogico e digitale sono in contrapposizione. Il terapeuta non deve incombere in questi errori:

a) concettualizzare la realtà vivente della famiglia in senso lineare e non sistemico circolare;

b) giudicare le modalità di comunicazione della famiglia come “sbagliate” in confronto alle sue e quindi rivelarle come tali e cercare di “correggerle”; c) basarsi prevalentemente sull’impiego del codice digitale (cioè sul contenuto dei messaggi) nel tentativo di agire terapeuticamente sulla famiglia. Molto importante è nella terapia paradossale la connotazione positiva. Il non connotare negativamente il sintomo del paziente deve essere seguito di pari passo nel non connotare negativamente neanche i comportamenti sintomatici degli altri membri della famiglia, fare il contrario equivale a tracciare una linea di demarcazione tra i “buoni” e i “cattivi” dei membri all’interno del sistema familiare. Entrare nel modello sistemico ci è possibile solo se connotiamo positivamente il sintomo del paziente designato e i comportamenti sintomatici degli altri membri ad esempio affermando che tutti i comportamenti osservabili appaiono ispirati allo scopo comune di mantenere l’unione e la coesione del gruppo familiare. In questo modo il terapeuta mette tutti sullo stesso piano evitando di iniziare o di essere travolti in alleanze e scissioni di sottogruppo le quali alimentano quotidianamente il disfunzionamento familiare


Selvini Palazzoli, M., Boscolo, L., Cecchin, G., Prata, G. (1975). Paradosso e Controparadosso. Milano: Feltrinelli.

Selvini Palazzoli, M., Cirillo S., Selvini, M., Sorrentino, A.M. (1988). Giochi psicotici nella famiglia. Milano: Raffaello Cortina Editore.

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Psicologa, psicoterapeuta Sistemico Familiare. Lunga esperienza nel campo della riabilitazione della disabilità e del lavoro con famiglie e bambini. Esperienza di formatrice per le educatrici della scuola di infanzia e gruppi di genitori con metodo montessoriano. Conduce gruppi e seminari rivolti alla famiglia e alla sua organizzazione. Conduce gruppi esperienziali per il benessere psico-fisico.

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