Età evolutiva

L’infelicità del Piccolo Principe

Quotidianamente, lavorando con l’età evolutiva, incontro famiglie la cui richiesta di “aiuto” parte da una condizione di insoddisfazione o infelicità. C’è un problema a scuola, una difficoltà con gli amici, difficoltà di tipo comportamentali o emotive. Nella presentazione dei genitori spesso il tutto è contornato da frasi come “non lo riconosco più“, “un tempo non era così“. Ci sono genitori che chiedono disperatamente aiuto, altri che si arrabbiano per il modo di essere dei propri figli. Anche qui, sempre, permane la condizione di partenza di insoddisfazione o infelicità.

Mi ritorna in mente spesso una famosa frase de “Il Piccolo Principe” che dice “Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di essi se ne ricordano)” e poichè spesso accade proprio così, scelgo di osservare la famiglia da due posizioni:

  1. la posizione del “grande” (genitore), del bambino che è stato e di chi desiderava diventare crescendo;
  2. la posizione del “piccolo” (bambino/adolescente), com’era negli anni precedenti, come è ora e di chi vuole diventare da “grande”.

In entrambe le posizioni, è bene tenere presente sia il punto di vista personale che relazionale.

Quello che accade nel genitore che dimentica il bambino che è stato, è di disinvestire o investire eccessivamente sul proprio figlio. Risulta sicuramente più semplice da comprendere il malessere e l’infelicità del bambino trascurato: ma l’infelicità del bambino cui si dedicano (apparentemente) mille attenzioni e privilegi?

Qual è il limite tra cura e iperinvestimento? Non è più cura quando il bambino è visto dal genitore come “qualcosa che è mio, deve fare ciò che non ho mai fatto, essere ciò che avrei voluto. Deve soddisfare l’idea che ho di lui. Da ciò dipende la mia felicità”. Questo accade quando il bambino rappresenta un prolungamento naturale del Sè dei genitori, che faticano a cogliere l’essenza autentica del figlio. La difficoltà più grande è infatti vedere il proprio figlio come distinto da sé, una persona di cui rispettare i tempi e la singolarità, con una propria personalità che può essere sconvolgentemente “nuova” e “diversa”.

Vi invito pertanto a riflettere, provocatoriamente, su un punto.

Il bambino che non viene visto, per chi è e per ciò che ama fare, non ha forse diritto a sentirsi infelice?
Il problema su cui lavorare è, quindi, l’infelicità dei bambino o del grande (che è stato bambino, ma forse non se lo ricorda)?


Cancrini L., (2013), La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’oceano borderline, Raffaello Cortina Editore, Milano

The following two tabs change content below.

dr.ssa Laura Chirico

Psicologa, Psicoterapeuta, CTU del Tribunale Ordinario di Tivoli. Lavoro con l'età evolutiva (disturbi del neurosviluppo e psichiatrici) e con gli adulti, occupandomi prevaletemente di disturbi di personalità e disturbi dell'umore. "Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi" (M. Proust)

Cosa ne pensi?

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.