Età evolutiva

Quando e come dire “no” ai propri figli

All’interno del rapporto genitore-figlio sono presenti frequenti momenti di incomprensione che vengono definiti “rotture” nella comunicazione. Questa mancanza di sintonizzazione è legata all’esistenza di bisogni, desideri e obiettivi diversi tra caregiver e bambino. Tali differenze possono portare a conflitti più o meno intensi all’interno della relazione. Le rotture non possono essere eliminate in toto, ma è importante essere consapevoli della loro natura nel momento in cui si determinano, ristabilendo a breve un legame collaborativo e positivo attraverso una risintonizzazione: “riparazione” per Siegel e Hartzell (2016).

Per poter avviare un processo di riparazione, i genitori devono essere consapevoli delle proprie emozioni, pensieri e comportamenti, e rintracciare come questi possono aver portato alla rottura. Se non si arriva ad una riparazione, il senso di distacco tra genitore e figlio potrebbe divenire sempre più profondo e il bambino può arrivare a provare un senso di vergogna e di umiliazione dannosi per lo sviluppo del suo Sè. La sintonia tra la mente del bambino e quella del genitore avviene attraverso segnali verbali e non verbali. Quando questa sintonia si rompe, le emozioni primarie del bambino rimangono isolate. Si sentirà solo, non ascoltato e incompreso. Se il bambino è molto piccolo, questa è un’esperienza terrificante: non riconosce la propria mente riflessa in quella del genitore e, quindi, si sente perso.

È importante, prima di tutto, che il genitore colga di essersi arrabbiato verso il figlio e accetti di aver provato queste emozioni. A volte, se non lo fa, il senso di colpa legato a ciò che ha sentito nei confronti del figlio porterà il genitore a evitare di riconoscere la rottura e a non cercare la riparazione. Questo accentuerà il distacco.

L’obiettivo per una sana relazione tra genitori e figli è raggiungere un giusto equilibrio tra rotture e coinvolgimento contingente, consapevoli che non è possibile evitare del tutto incomprensioni nella relazione. Ma si può riparare sempre, prendendo questi episodi come occasioni di crescita.

Esistono diversi tipi di rotture:

1) allontanamento emotivo oscillante, legato al normale cambiamento nel bisogno di vicinanza/autonomia che sia il genitore che il figlio possono provare. Se il genitore sente l’esigenza di stare solo, è necessario che lo spieghi al figlio in modo chiaro e tranquillo (“Ora ho bisogno di rilassarmi leggendo il giornale e fra 10 minuti giocherò con te”), invece di ignorare la sua richiesta di vicinanza o irritarsi verso di lui. Le reazioni possono essere diverse. Il bambino piccolo ha necessità di attenzione più intense, visto che non è in grado di soddisfare da solo i propri bisogni. Il bambino più grande tollera meglio il bisogno di autonomia del genitore perchè lui stesso sta definendo un confine tra bisogno di interazione e autonomia. Gli adolescenti, infine, hanno un desiderio più marcato di distacco dal genitore e di maggiore contatto con i coetanei.

2) rotture benigne, che avvengono quando il genitore non riceve correttamente i messaggi inviati dal figlio o egli stesso può comunicare al bambino in modo incongruente. Queste incomprensioni possono essere dovute a poca attenzione posta in quel momento, perchè ad esempio il caregiver è preso da altro, oppure possono essere legate al fraintendimento da parte del genitore dei segnali inviatigli dal figlio (infatti, i bambini piccoli, in specie, hanno difficoltà a tradurre in parole quello che sentono o pensano). Altre volte il caregiver può badare solo all’esteriorità di un comportamento, e non a ciò che vi è dietro. Tutte queste sono situazioni, comunque, molto frequenti in relazioni “sane”, che non creano danni se seguite da riparazioni. I momenti più sensibili ad “effetti collaterali” dovuti a rotture sono quelli in cui i bambini esprimono emozioni molto intense e dolorose, con un maggior bisogno di sentirsi compresi.

3) porre regole e limiti al figlio, necessari per insegnare quali sono i comportamenti adeguati all’interno della famiglia e della cultura di appartenenza. I “no” aiutano il bambino a sviluppare un’adeguata capacità di inibizione e ad evitare i pericoli. Il genitore in questo modo lo protegge, gli fa da guida ed è importante che lo aiuti anche a convogliare i suoi impulsi verso un altro obiettivo sostitutivo. È fondamentale che il caregiver si sintonizzi con lo stato emotivo del bambino in questi momenti, verbalizzando l’emozione che il piccolo sta provando. In questo modo il figlio continuerà a sentirsi compreso dal genitore, anche se non otterrà quello che vuole (es. “Ho capito che quel giocattolo ti piace tanto, ma ora non lo possiamo comprare”). Il far vivere al bambino il senso di frustrazione, senza punirlo o senza cedere alle sue richieste, ma assumendo un atteggiamento empatico, gli permetterà di imparare a tollerare il disagio emotivo.

4) rotture nocive, dovute al comportamento minaccioso o violento del genitore, che può avere reazioni impulsive e aggressive, svalutando e criticando il bambino, o imprecando. In questi momenti il figlio si sente rifiutato e disperatamente solo. Spesso prova anche un profondo senso di vergogna, fino ad arrivare a pensare di essere “cattivo” e “sbagliato”. Quindi il suo senso di identità è in pericolo. Spesso questo accade quando il genitore entra in uno stato mentale che coinvolge le aree più antiche del cervello, attivate su questioni irrisolte della propria storia. In questo stato emotivo egli non sarà in grado di riconoscere la rottura determinata nella relazione attuale con il figlio o, anche se lo farà, non sarà in  grado di ripararla. Per evitare che rotture nocive abbiano effetti sullo sviluppo del bambino è necessario, invece, che vengano affrontate con una riparazione empatica e tempestiva, possibile solo se il genitore si è calmato.

Per affrontare le riparazioni, anche le più dure, si può utilizzare un dialogo riflessivo, basato sull’analisi delle esperienze interne vissute. Ad esempio, un genitore potrebbe dire: “Mi dispiace di aver urlato tanto quando ho visto che ancora non avevi finito i compiti. Non ti ho lasciato parlare per spiegarmi la tua. Ma ero stanco ed era tardi. Per cui ero preoccupato che non avresti potuto finirli in tempo. Avrei dovuto spiegartelo con calma.” In questo modo il bambino, oltre a sentirsi più ascoltato, impara che nonostante i grossi scontri è possibile recuperare e ripristinare un coinvolgimento emotivo positivo con il genitore. Non c’è il rischio del rifiuto o dell’abbandono.

 


Siegel, D. J., & Hartzell, M. (2016). Errori da non ripetere. Come la conoscenza della propria storia aiuta ad essere genitori. Milano: Raffaello Cortina Editore.

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dr.ssa Marilena Celani

Psicologa, psicoterapeuta per adulti ed età evolutiva, psicodiagnosta, terapeuta E.M.D.R., consulente in Mediazione Familiare e insegnante di Baby Massage. Mi occupo di disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, elaborazione di esperienze traumatiche, problematicità nella relazione genitori e figli, sostegno in fasi di cambiamento del ciclo di vita, intervento in situazioni di separazione e divorzio. Lavoro nelle scuole per la formazione degli insegnanti, la gestione delle dinamiche del gruppo classe, la presenza di alunni diversamente abili, l'intervento su situazioni di emarginazione, fenomeni di bullismo o difficoltà relazionali di altro tipo. Mi occupo di gruppi di psicoeducazione per bambini e adolescenti, training sulle competenze genitoriali e corsi di Baby Massage.

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