Psicopatologia

Quanto è sopportabile un dolore cronico?

Iniziamo col capire cosa è un dolore.

Si tratta di un segnale di allarme che si manifesta quando il cervello, attraverso un sistema di recettori (nocicettori), percepisce la presenza di un danno nel nostro corpo. Esso ricopre la funzione biologica essenziale di segnalare una disfunzione o un danno nell’organismo, proteggendoci da ciò che potrebbe conseguire dall’utilizzo eccessivo delle aree colpite e di promuovere l’omeostasi fisiologica. Quando il dolore, per diversi motivi, diventa cronico, perde le sue funzioni adattive.

Esistono diverse tipologie di dolore: acuto, sordo, continuo, discontinuo e, appunto, cronico. Si parla di dolore cronico quando la sofferenza si protrae oltre i 3 mesi tanto da condizionare o limitare notevolmente lo svolgimento delle attività quotidiane.

Il primo intervento in assoluto è di tipo farmacologico, proprio per contenete il momento acuto che la persona vive.
A ciò si può affiancare un trattamento di carattere psicologico, per poter avere una lettura diversa sui sintomi fisici come possibile comunicazione del disagio.

Negli ultimi anni infatti si sono aperti in Italia dei Centri specializzati nella terapia del dolore, che offrono per questa determinata tipologia diversi trattamenti affiancati dal “sostegno psicologico”.

Come può essere di aiuto il sostegno psicologico ad un dolore fisico?

Una delle prime reazioni ad un dolore che non va via, spesso è un tentativo di adattamento al nuovo status, connotato però da sensazioni negative e nel tentativo continuo di trovarne la causa.
Proprio per questo motivo è utile parlare della propria esperienza dolorosa con l’esperto che sarà in grado di mettere in relazione i vari eventi e, insieme, valutare la reazione soggettiva a quel dato dolore; ognuno infatti reagisce a modo proprio, ma si possono evidenziare due estremi: rassegnazione o combattività. È importante capire dove ci si colloca per poter lavorare nel modo più appropriato.

L’obiettivo sarà quello di aumentare il benessere del paziente considerando, come risorsa, la sua capacità di mentalizzare il dolore e la specifica reazione ad esso; lavorando su questo aspetto si sono riscontrati dei risultati significativi.

È chiaro che si sta andando verso un intervento ad approcci integrati, per rispondere al paziente nella sua complessità e nella sua globalità dal momento che il malato non porta solo i sintomi, ma anche la sua storia personale: ed è proprio questo il discrimine tra curare la malattia e prendersi cura del malato.

A mio avviso non c’è un approccio che funzioni in assoluto meglio di un altro, ma è fondamentale la relazione costruita tra terapeuta e paziente.

Oggi si è orientati verso la promozione dell’accettazione del dolore cronico, piuttosto che sulle strategie per controllarlo, così da migliorare il benessere emotivo e il coinvolgimento in obiettivi personali non legati al dolore. Proprio a questo mirano due nuove modalità di trattamento, la Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR, Kabat-Zinn, 1990) e l’Acceptance and Committment therapy (ACT, Hayes et al., 1999) che, a diferenza di altri modelli, agiscono entrambi sull’accettazione del dolore, pur differendo nella loro implementazione e nell’approccio alla meditazione e alla pratica quotidiana.


Bibliografia
M. Ercolani, 1997. Malati di dolore – Aspetti medici e psicologici del paziente con dolore cronico, 1ª ed., Zanichelli, Bologna.
E. Molinari-G. Castelnuovo, 2010. Psicologia clinica del dolore, Springer, Milano.
N. Rossi (a cura di),2004. Psicologia clinica per le professioni sanitarie, 1ª ed. “M. Ercolani. Il dolore come espressione di disagio psicologico”, il Mulino, Bologna.

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Psicologa, Psicoterapeuta, Analista Transazionale. Lunga esperienza nel campo delle disabilità. Conduce gruppi e seminari rivolti alla famiglia e alla sua organizzazione. Aree di intervento Relazionale.

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