Processi cognitivi

Perché abbiamo paura

Cosa è la paura

È definita tra le emozioni primarie (gioia, sorpresa, rabbia, disgusto e paura) che sono presenti sin dalla nascita. La paura si prova in genere quando ad uno stimolo interno o esterno, colleghiamo un senso di minaccia o di pericolo. È un meccanismo di difesa che fa da garante alla sopravvivenza di un individuo davanti a pericoli imminenti, si attiva rapidamente ed è associata ad una intensa attivazione neurofisiologica che consente all’individuo di rispondere allo stimolo iniziale attraverso attacco, evitamento-fuga o nella peggiore delle ipotesi con un blocco o paralisi, in modo automatico (vedi Le quattro “F”: freeze, flight, fight, fright – congelamento, fuga, attacco, immobilità).

Vediamo insieme i sintomi più comuni:

  • Aumento del battito cardiaco per permettere alla persona di reagire più velocemente: il cuore aumenta la sua attività per aumentare il flusso del sangue ed inviare rapidamente zuccheri e ossigeno al corpo.
  • Aumento della respirazione: i muscoli del corpo in tensione ostacolano l’espansione dei polmoni. Il ritmo del respiro cambia.
  • Formicolii, sensazione di torpore, vampate di calore: l’aumento della pressione sanguigna viene percepito soprattutto alle estremità. Questa attivazione produce arrossamenti cutanei e calore a cui il corpo risponde raffreddandosi attraverso il sudore.
  • Irrigidimento muscolare: tutti i muscoli tendono ad irrigidirsi, sono in tensione perché pronti a scattare se necessario.
  • Pelle d’oca: la contrazione dei muscoli coinvolge anche i tessuti della cute.
  • Offuscamento, restringimento del campo visivo, vertigini: l’aumento della pressione può provocare una sensazione di stordimento e vertigine. La pupilla dell’occhio si dilata per favorire la messa a fuoco.
  • Disturbi digestivi, nausea, disturbi addominali: la digestione si interrompe e le energie a essa deputate vengono utilizzate nell’attivare l’organismo contro il pericolo.
  • Confusione, stordimento, assenza: la concentrazione si focalizza sul pericolo dissociando ogni altro pensiero. Si può percepire un’estraneità da sé.

È quindi un meccanismo funzionale che diventa problematico quando la risposta emotiva scatta in modo inappropriato (ovvero laddove non vi sia un reale pericolo o minaccia).
Alcuni studi spiegano come le emozioni vengano depotenziate nel momento in cui sono riconosciute dal cervello: “nel sistema limbico risiede l’area deputata alle risposte impulsive e istintive del nostro organismo, messe in atto in modo automatico nelle situazioni di allerta”.

“È stato studiato che, quando siamo in grado di denominare le emozioni, assegnare un’ “etichetta” verbale a ciò che stiamo provando, il circuito cerebrale che fa capo al sistema limbico si depotenzia a vantaggio invece dell’attivazione di aree cerebrali più “evolute” come quelle relative alla corteccia prefrontale.
È la corteccia cerebrale, infatti, la sede del pensiero e del ragionamento ed è qui che si espletano le funzioni cognitive più sofisticate, quelle che fanno capo alla nostra umana intelligenza. Se siamo in grado di comprendere le emozioni che proviamo, di assegnare loro un nome, le rendiamo intellegibili anzitutto a noi stessi, che ne diventiamo consapevoli.
Questo ci aiuta a mantenere una giusta distanza dall’emozione provata, smorzandola in intensità, e rendendola più tollerabile. A questo punto forse saremo in grado di interpretare quel crampo allo stomaco come un moto di ansia e può darsi che a lungo andare non avremo più necessità di attivare segnali corporei tanto intensi”.

A questo possiamo collegare il concetto di regolazione emotiva.

Quando viviamo una forte emozione e cerchiamo di non mostrarla ad altri, stiamo autoregolando l’emozione. Ciò che proviamo è però legato al significato che attribuiamo allo stimolo che la provoca. Ne segue che se cambia il significato attribuito, si modificherà da sé anche l’emozione.

Da dove nasce la paura?
Le paure possono essere innate oppure apprese, ma in ogni caso rimane la percezione e la valutazione dello stimolo di un pericolo o di una minaccia.

Paure innate possono scaturire da:  stimoli fisici molto intensi; oggetti, eventi o persone sconosciuti dai quali l’individuo non sa cosa aspettarsi e nè come affrontare; situazioni di pericolo per la sopravvivenza dell’individuo o per l’intera specie: l’altezza, il buio, il freddo, l’abbandono; circostanze in cui è richiesta l’interazione con individui o animali aggressivi.
Paure apprese si rifanno alla esperienza sociale e al concetto che si costruisce di sé.

Si può però affermare che dietro ogni paura, riscontriamo sempre il motivo della sua esistenza. È un po’ come fosse una nostra alleata che ci suggerisce come difenderci nel modo migliore che, in quel momento, siamo in grado di mettere in atto.

Come si fa a superare una paura?
La soluzione sta nel capire perché stiamo avendo paura ed affrontarla, ma prima di arrivare a questo punto, il primo passo è quello di accettare che possiamo avere paura e ci sta capitando.

Raggiungere una consapevolezza di quello che proviamo, e quindi dare un nome all’emozione paura, ci da quel tempo necessario per accettare dentro di noi cosa stia accadendo e come dicevamo, depotenziare la risposta emotiva.

Ogni emozione può essere spaventosa per qualcuno e innocua per qualcun altro. È soggettiva e in tal senso ci racconta qualcosa di noi, ad esempio che non siamo ancora pronti ad affrontare quel dato ostacolo.
Affrontare la paura significa quindi lavorare sul superamento di alcuni limiti che ci poniamo e sull’accettazione del rischio di provare nuove emozioni, piacevoli o meno.
La paura quindi non si elimina, la si accetta e ci si convive, trovando nuove motivazioni alla sua esistenza.


Bibliografia
Bowlby (1968). Attaccamento e perdita, vol I. Boringhieri
Fonagy, Target (2008). Da mente a mente. Cortina
Liotti, Farina (2011). Sviluppi traumatici Cortina
Odgen et al. (2006). Trauma and the body. Norton
Porges (2011). The polivagal theory. Norton

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Psicologa, Psicoterapeuta, Analista Transazionale. Lunga esperienza nel campo delle disabilità. Conduce gruppi e seminari rivolti alla famiglia e alla sua organizzazione. Aree di intervento Relazionale.

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