Età evolutiva

Tecniche di psicoterapia infantile: il gioco

Nella psicoterapia con i bambini il clinico utilizza strumenti diversi da quelli scelti nel lavoro con gli adulti. Si prediligono tecniche e attività molto evocative che permettono al bambino di esporre il suo mondo interiore attraverso un linguaggio più metaforico di quello utilizzato dagli adulti. Tecniche di questo tipo sono le favole, i disegni e il gioco.

Attraverso questi strumenti il terapeuta può osservare, come in una scena teatrale, il sistema di attori che caratterizza la vita del bambino e le loro dinamiche relazionali ed emotive. Come sottolinea Munari Poda (2004), ogni bambino porta con sè nella stanza di terapia il sistema di adulti che lo circonda e si prende cura di lui. Il terapeuta, quindi, deve tener molto più in conto il mondo relazionale in cui il piccolo cliente è inserito rispetto a quanto si faccia in un setting con un paziente adulto.

In un lavoro del 2012, Munari Poda riporta le parole della Romani (1999): “L’analista partecipa ai giochi del bambino e anzi approfitta di essi per interrogare il bambino e rispondere, sia pure attraverso il simbolo del gioco, alle sue perplessità e ai suoi quesiti vitali. Talora, come si sa, l’analista agisce insegnando nozioni scolastiche, talora giocando a carponi, talora spara con la pistoletta o disegna scarabocchi a turno col suo piccolo cliente. L’analista decodifica i messaggi contenuti nei disegni e nelle azioni di gioco e interviene proponendo con le proprie mosse ludiche domande, specificazioni, confronti e così via, proprio come avviene all’interno dei colloqui AT con gli adulti. Il gioco infatti è per il bambino l’espressione di ridecisioni e la riprogettazione di sé e del proprio futuro; ovvero permette di suddividere e gestire nel rapporto gestaltico (come fa l’adulto nella tecnica delle sedie) per mezzo dei diversi personaggi del disegno e del vassoio di sabbia o ancora dello scenotest (o con i peluches o con altro che trova a sua disposizione) le parti di sé coinvolte nel conflitto interiore che lo blocca”.

Ripercorrendo la storia dell’utilizzo del gioco nella terapia infantile, l’autrice ricorda il lavoro di Trinci (1993) che annota come il gioco sia stato inserito nella clinica da Hermine von Hug-Hellmuth quale manifestazione delle fantasie, desideri, aspirazioni, esperienze del bambino, “sebbene nel trattamento ‘curativo ed educativo’ i giochi rappresentassero solo uno dei molteplici mezzi che l’analista aveva a disposizione per ‘rompere il ghiaccio’ e stabilire un ‘rapporto’. Il gioco era in tal modo il risultato di una decisione dell’analista, presa in maniera arbitraria e come risposta alle difficoltà sollevate dai bambini nel sostenere le ‘regole’ di un vero e proprio trattamento”. Il terapeuta partecipava attivamente, definendo il tema, i personaggi, la trama e dirigendo frequentemente la traiettoria del gioco.

In questo lavoro di Trinci, inoltre, si afferma che per Melanie Klein il gioco è uno spazio simbolico dove riprodurre fantasie, fantasmi, desideri, esperienze vissute e, quindi, ‘mettere in scena’ i pensieri. È preponderante “l’idea che le ‘fantasie inconsce’ che abitano la mente del bambino potessero esprimersi nelle ‘fantasie ludiche’, laddove quelle degli adulti si servono del sogno” (Trinci, 1993).  Il gioco deve essere organizzato e giocato dal bambino, senza interventi o suggerimenti o partecipazione esterna, mentre compito dello psicoanalista è quello di comprenderlo e di interpretarlo. Per la Trinci, quindi il gioco nell’ottica della Klein è espressione di preoccupazioni interiori, mette in luce angoscie profonde inconsce ed è paragonabile alle libere associazioni degli adulti.

Parlando poi di Anna Freud, si annota che il gioco viene da lei considerato come determinato da fatti e cose della vita quotidiana, permette di creare alleanza di lavoro coinvolgendo il bambino nella relazione terapeutica, consente di individuare le reazioni e l’intensità degli impulsi aggressivi del bambino, e il modo in cui il bambino si pone di fronte ai giochi esprime l’atteggiamento verso oggetti e persone di cui sono l’espressione simbolica. In questa visione viene disapprovato l’accostamento alle libere associazioni dell’adulto.

La scelta del gioco da parte del bambino e il modo in cui vi si coinvolge offrono preziose informazioni sul suo inconscio. Il bambino vi esprime i propri conflitti, vi cerca un rimedio alle proprie delusioni e vi regola i propri conti con l’ambiente. Vi realizza anche simbolicamente i propri desideri. Può crearsi un altro mondo in cui giocare dei ruoli che soddisfano i suoi bisogni affettivi” (Morgenstern S., in: Geissman & Geissman, 1994). Per cui attraverso il gioco si può fare diagnosi, lavorare sulla nevrosi del bambino e ipotizzare una prognosi.

Winnicott mise in luce invece l’importanza del giocare in terapia, e non tanto quella del contenuto del gioco e della sua interpretazione. Il gioco è la manifestazione dell’attuale struttura di personalità del piccolo e permette di lavorare sui bisogni del bambino e di rifornirlo delle risorse carenti nei loro genitori, permettendo quindi l’elaborazione degli ostacoli al suo sviluppo.

La Munari Poda cita, infine, il lavoro di Axline. Secondo questo approccio la terapia di gioco deve essere non direttiva e vede il bambino utilizzarlo come mezzo naturale per l’espressione di sé e per “agire” i sentimenti. Vengono elencati gli otto principi della terapia di gioco abbracciati da Axline, che sottolinea come sia l’atmosfera non giudicante e permissiva a facilitare il cambiamento nel bambino, piuttosto che la tecnica specifica utilizzata in terapia.

“I terapeuti non direttivi devono (Axline, 1947) :

  1. sviluppare una relazione positiva, amichevole con il paziente, in cui il rapporto viene stabilito il più presto possibile;
  2. accettare il bambino per ciò che è;
  3. stabilire un feeling di permissività, affinché il bambino possa esprimere liberamente i suoi sentimenti;
  4. attribuire rilevanza ai sentimenti espressi dal bambino e rifletterglieli, in modo che egli possa raggiungere l’insight;
  5. rispettare la capacità del paziente di risolvere i problemi quando ciò gli viene permesso. Il bambino è responsabile delle proprie decisioni e dell’attuazione dei cambiamenti;
  6. non dirigere il bambino in alcun modo. È il bambino che guida: il terapeuta lo segue;
  7. riconoscere che la terapia è un processo graduale, e non attuare alcun tentativo di affrettarlo;
  8. stabilire solo quelle limitazioni necessarie per rendere il bambino cosciente della propria responsabilità nella relazione”.

 


Axline, V. (1947). Play therapy. Cambridge, MA: Houghton Mifflin.

Geissamn, C. & Geissman, P. (1994). Storia della psicoanalisi infantile. Roma: Borla.

Munari Poda, D. (2004). Every child is a group. TAJ, 34.

Munari Poda, D. (2012). Il gioco nella terapia con i bambini. In R. Pesenti (Ed.), Incontrare il Bambino Giocando. Atti delle Giornate di Studio di Lavarone 26-28 Agosto 2011 (pag 7-15).

Romani, M. T. (1999). Costruirsi persona. Milano: La vita felice.

The following two tabs change content below.

dr.ssa Marilena Celani

Psicologa, psicoterapeuta per adulti ed età evolutiva, psicodiagnosta, terapeuta E.M.D.R., consulente in Mediazione Familiare e insegnante di Baby Massage. Mi occupo di disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, elaborazione di esperienze traumatiche, problematicità nella relazione genitori e figli, sostegno in fasi di cambiamento del ciclo di vita, intervento in situazioni di separazione e divorzio. Lavoro nelle scuole per la formazione degli insegnanti, la gestione delle dinamiche del gruppo classe, la presenza di alunni diversamente abili, l'intervento su situazioni di emarginazione, fenomeni di bullismo o difficoltà relazionali di altro tipo. Mi occupo di gruppi di psicoeducazione per bambini e adolescenti, training sulle competenze genitoriali e corsi di Baby Massage.

Ultimi post di dr.ssa Marilena Celani (vedi tutti)

Cosa ne pensi?