Psicopatologia

Trovo sempre il bello e dannato. Perché?

A tanti è capitato, e continua a capitare di imbattersi in una storia d’amore col “bello e dannato”, o con la “bella senz’anima”.
Personaggio che da sempre ha riscosso tanto successo per poi ferire e abbandonare i sentimenti del malcapitato di turno.

Ma chi è il bello e dannato?

Per facilità di scrittura ne parlerò al maschile, ma il mondo femminile non è da meno, anche se culturalmente si evidenzia più il ruolo della donna vittima e preda.
Parliamo del Narcisita. Argomento affrontato in tutte le sue forme dai più.. eppure ancora non lo si riconosce facilmente, c’è chi cade nella sua trappola, e costui miete vittime da quando “comprende” l’arte del manipolare. Partiamo dal mito di Narciso (e di Eco), che si innamora della propria immagine e non potendo soddisfare la propria passione si uccide; rappresenta un prototipo significativo nella regolazione dei rapporti con l’altro e con sé.

Il Disturbo Narcisistico di Personalità secondo il DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, si riscontra se sono soddisfatti almeno 5 dei seguenti criteri diagnostici:

  • Ha un senso grandioso di importanza (per es., esagera risultati e talenti, si aspetta di essere considerato/a superiore senza un’adeguata motivazione).
  • È assorbito/a da fantasie di successo, potere, fascino, bellezza illimitati, o di amore ideale.
  • Crede di essere “speciale”‘e unico/a e di poter essere capito/a solo da, o di dover frequentare, altre persone (o istituzioni) speciali o di classe sociale elevata.
  • Richiede eccessiva ammirazione.
  • Ha un senso di diritto (cioè l’irragionevole aspettativa di speciali trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative).
  • Sfrutta i rapporti interpersonali (cioè approfitta delle altre persone per i propri scopi).
  • Manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri.
  • È spesso invidioso/a degli altri, crede che gli altri lo/a invidino.
  • Mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntosi.

Non è sufficiente un elenco per definire qualcuno, né etichettare è il modo giusto per descrivere le personalità, ma certamente può aiutare ad orientarsi.
Diversi autori hanno approfondito l’argomento: Freud (1914) con la teoria sul narcisismo primario e secondario; Kohut (1971, 1977) con la visione del narcisismo come dimensione evolutiva sana nello sviluppo dell’individuo; Kernberg (1984), facendo riferimento alle fasi evolutive della Mahler, ha descritto il narcisismo come una regressione difensiva e una fissazione a una fase precedente di sviluppo piuttosto che come un arresto evolutivo; Gabbard (1994) propone di collocare le diverse descrizioni del paziente narcisista lungo un continuum basato su uno stile tipico relazionale i cui opposti sono rappresentati dal narcisista inconsapevole (inconsapevole del suo impatto sugli altri) e dal narcisista ipervigile (molto sensibile e controllante rispetto alle reazioni degli altri nei suoi confronti). E infine Ronningstam  (2005) parla di “narcisista arrogante” e “narcisista timido”

Alla base di una struttura di personalità o ancor di più di un disturbo, vi è in ogni caso una storia di una costruzione di relazioni che ha fatto sì che la persona nel suo presente adulto, si comporti e agisca in un certo modo.

Ma chi si avvicina al narcisista? Chi è la sua vittima ideale?

Il più delle volte è quella persona che si presta a partecipare al suo gioco, che sceglie di calarsi ad esempio nel ruolo ben definito della “crocerossina” con l’obiettivo del “io ti salverò”. Un incastro perfetto. Ognuno col suo tornaconto e inizia il gioco, per dirla in termini berniani.

Stiamo parlando del dipendente affettivo:

“La sua convinzione è che non si possa essere felice senza l’approvazione dell’altro: per questo è disposto a tutto pur di compiacerlo. Il suo valore cambia in base alla sua capacità di tenere legato a sé il partner. L’idea di essere lasciata genera uno stato di angoscia insopportabile tanto da generare così un comportamento di sottomissione più sopportabile”.

Secondo alcuni la dipendenza affettiva è una forma di narcisismo invertita:

“Se pensiamo a un narcisista, ci viene in mente una personalità ben specifica (il narcisista manipolatore di cui si parla spesso in questo sito – al maschile o al femminile non conta), ma quello che non sai ancora è che anche chi si innamora di un/una narcisista “pecca” di narcisismo, semplicemente la forma di narcisismo di chi ama un narcisista è una forma più matura, che diremmo ha la possibilità di migliorare perché parte dall’illusione infantile di riabilitare la propria figura genitoriale o ancor peggio di realizzare il sogno infantile edipico di amore perfetto, idealizzato che si sintetizza nella formula magica, che di magico ha spesso solo l’ardire di distruggervi IO TI SALVERÒ”.

Da questi discorsi emerge una riflessione: inizia un gioco, in termini tecnici chiamato triangolo drammatico (Stephen Karpman).
Karpman ha ideato uno strumento semplice e potente per analizzare i giochi: il triangolo drammatico. Ogni volta giochiamo dei “giochi”, entriamo in uno di questi tre ruoli di copione:

Nessun ruolo è autentico. Ma la coppia a turno giocherà un ruolo ricoprendoli entrambi tutti e tre. Con lo scopo finale di avere un tornaconto: procurarsi carezze, negative; a cui fa seguito una svalutazione di sé e mantenere così, le proprie convinzioni.

L’unica soluzione per uscire dai giochi è interrompere i giochi o non parteciparvi.

Come si interrompono i giochi?

Con un esperto, che vi aiuti ad osservarvi in modo obiettivo, con un lavoro su se stessi sulla consapevolezza di come funzioniamo, o con un lavoro di coppia, ma bisogna già esserne consapevoli e avere la motivazione e la convinzione, entrambi, di voler risolvere la relazione disfunzionale.

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Psicologa, Psicoterapeuta, Analista Transazionale. Lunga esperienza nel campo delle disabilità. Conduce gruppi e seminari rivolti alla famiglia e alla sua organizzazione. Aree di intervento Relazionale.

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