Relazioni

La gelosia

Esiste fin dall’inizio dei tempi e tanta letteratura ne parla. Pensiamo a Caino che uccise Abele perché geloso della considerazione che i genitori avevano per il fratello; Otello che uccise Desdemona perché Iago gli raccontò di un tradimento e lui non poteva contemplare l’idea (presunta) che ciò potesse accadere; i cosiddetti “delitti d’onore”, addirittura contemplati nelle leggi dello scorso secolo e visti come attenuanti, che consideravano il partner una proprietà dell’altro; e ancora tra i banchi di scuola, tra amiche del cuore: al subentrare di una nuova amica, spesso non ci si parla più oppure tra maschi, quando si allontana uno che fino a quel momento era considerato punto di riferimento dell’altro, lo si vive come un tradimento.

Perché accade questo? Possiamo affermare che la gelosia è una forma di paura. La paura di perdere qualcosa, l’altro, l’idea che noi abbiamo di essere per l’altro. E dove nasce tutto ciò? Proprio dai primi momenti di vita! Il neonato alla nascita vive un periodo simbiotico con la madre, fin quando inizia il “processo di separazione”: scopre di essere un individuo distinto e separato e che la mamma non è soltanto sua, ma anche del papà o dei fratelli. Lì nascono le prime forme di gelosia. Pensando alla teoria sull’attaccamento, vediamo come un bambino che vive la separazione dalla madre partendo da una “base sicura”, svilupperà una gelosia sana, capace di contemplare anche la condivisione degli affetti e la possibilità, crescendo, della responsabilità reciproca nel costruire relazioni sane. Se invece avrà esempi di insicurezza o di ambivalenza (in senso bowlbyano), crescerà cercando di rispondere alle credenze e ai bisogni che svilupperà partendo dalle proprie insicurezze.

In Analisi Transazionale si parla di simbiosi quando, semplificando, ad una transazione (ovvero uno scambio verbale tra due persone all’interno di una comunicazione) l’uno si rapporta all’altro attraverso il proprio Stato dell’Io (SDI) Genitore o il proprio SDI Adulto, l’altro risponde (anziché attraverso uno SDI corrispondente) attraverso il proprio SDI Bambino, tenendo in considerazione solo tre SDI e non sei, cioè quelli appartenenti ad ogni individuo. In un certo senso la persona che chiede simbiosi, percepisce la propria autonomia come rischiosa, l’indipendenza affettiva come aspetto incerto della vita. Non accetta la naturale “separazione” dall’altro e vive mettendo in campo schemi comportamentali nel tentativo di soddisfare bisogni antichi. Rispondendo però dallo SDI Bambino, rimasto ancorato ai bisogni antichi (vedi Chissà perché ti amo: i bisogni psicologici alla base dell’innamoramento), non si darà l’opportunità di utilizzare potenzialità e risorse adulte, che probabilmente in altri campi ben utilizza. La spinta che li muove sembra essere la ricerca di sicurezza. Spesso però accade che di fronte alla realtà di nuove esperienze, necessariamente diverse dalle precedenti perché diversi sono gli attori, ciò che ci si attende non avviene (disconferma del copione). E la persona risponde negando in un certo senso elementi che possano sostenerlo nella ricerca di nuove alternative, opportunità per la costruzione di nuove relazioni; in termini tecnici fa una “svalutazione” e, in questo modo, conferma il vecchio copione di riferimento, rimanendo agganciato ancora una volta alle proprie convinzioni legate all’infanzia.

Nelle coppie, sopratutto quelle dipendenti, spesso esiste da parte di uno dei due il tentativo, inconsapevole, di risolvere conflitti interni delegando all’altro la soluzione. Alle volte si incastrano così bene che potranno andare avanti per anni, senza nessuna scossa. Alle volte invece questo non accade perché ad un tratto uno dei due, in genere il più autonomo, non sopporterà più il peso dell’altro, o meglio la continua richiesta simbiotica. Un po’ come in un gioco (vedi Il Gioco della Violenza Carnale) che, per dirla come Berne, è un tentativo per portare avanti il proprio copione di vita. Alla fine vi è un tornaconto, un rinforzo in termini di emozioni negative del proprio copione infantile. Ma poiché Qualsiasi carezza è meglio di nessuna carezza” (Berne), si accontenterà delle storie che finiranno dopo un po’ finché non si darà la possibilità di scoprire nuove alternative, svincolandosi dalle vecchie convinzioni.


Berne E., (2003).“Ciao!”… E poi?., tr. it. di R. Spinola, Ed. Tascabili Bompiani, Milano.
Berne E., (1984). A che gioco giochiamo, tr. it. di V. Di Giuro, Ed. Bompiani, Milano.
Stewart I., Joines V., (2000). L’analisi transazionale, tr. it. S. Maddaloni, Ed. Garzanti, Milano.

 

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Psicologa, Psicoterapeuta, Analista Transazionale. Lunga esperienza nel campo delle disabilità. Conduce gruppi e seminari rivolti alla famiglia e alla sua organizzazione. Aree di intervento Relazionale.

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