Età evolutiva

Identificare il bullismo

Il bullismo è un fenomeno caratterizzato da aspetti che lo accomunano ad altri comportamenti aggressivi (criteri identificativi aspecifici) e aspetti peculiari (criteri identificativi specifici) che lo distinguono da quelle forme di violenza che possiamo identificare, ad esempio, nei singoli atti aggressivi isolati o nel disturbo della condotta. È fondamentale, quindi, nel programmare interventi di aiuto specialistico, distinguere le varie situazioni per trovare le strategie più idonee al problema incontrato.

Per quanto riguarda gli elementi comuni a tutti gli atti aggressivi, possiamo descrivere: l’osservabilità del comportamento violento (cioè, deve essere palese e concreto), l’intenzionalità (il comportamento è volontario e consapevole, escludendo, quindi, i danni prodotti per esempio dai bambini ADHD) e la dannosità (il comportamento produce un danno a qualcuno o a qualcosa).

Per differenziare, invece, il bullismo dai singoli atti aggressivi e dal disturbo della condotta possiamo far riferimento a dei criteri comportamentali.

Gli atti aggressivi singoli sono spazio-temporalmente delimitati, possono rientrare nello sviluppo individuale fisiologico come espressione di stati emotivi alterati e momentanei dovuti alla ridotta funzionalità corticale specifica di quella età (per es. sono comuni e sono una normale espressione di rabbia nei bambini piccoli di tre anni) e manca la gestione degli aspetti di contesto (c’è poca premeditazione, sono piuttosto impulsivi e il soggetto non si nasconde nel compiere l’atto).

Nel DSM-5 il Disturbo della condotta viene definito come “una modalità di comportamento ripetitiva e persistente in cui i diritti fondamentali degli altri o le principali norme o regole sociali, in riferimento all’età, vengono violati“. Negli ultimi 12 mesi devono essere presenti almeno 3 dei 15 criteri descritti, e almeno un criterio negli ultimi 3 mesi. Si distinguono 4 aree in cui tali comportamenti possono manifestarsi:

A) AGGRESSIONI A PERSONE O ANIMALI
1) Il minore è prepotente, minaccia o intimorisce gli altri
2) Dà inizio a colluttazioni fisiche
3) Usa un’arma che può causare danni fisici ad altri (bastone, barra, bottiglia rotta, coltello, pistola)
4) È fisicamente crudele con le persone
5) È fisicamente crudele con gli animali
6) Ruba affrontando la vittima (aggressione, scippo, estorsione, rapina a mano armata)
7) Forza qualcuno ad attività sessuali

B) DISTRUZIONE DELLA PROPRIETÀ
8) Appicca il fuoco con l’intenzione di causare seri danni
9) Distrugge deliberatamente proprietà altrui

C) FRODE O FURTO
10) Entra in edificio, domicilio o automobile altrui
11) Mente per ottenere vantaggi o favori o per evitare obblighi (“raggira gli altri”)
12) Ruba oggetti di valore senza affrontare la vittima (furto nei negozi ma senza scasso, falsificazioni)

D) GRAVI VIOLAZIONI DI REGOLE
13) Trascorre fuori casa la notte nonostante la proibizione dei genitori, con inizio prima dei 13 anni d’età
14) Fugge da casa 2 volte mentre vive a casa dei genitori o di chi ne fa le veci, o 1 volta senza ritornare per un lungo periodo
15) Marina spesso la scuola, con inizio prima dei 13 anni

L’anomalia del comportamento causa una compromissione clinicamente significativa del funzionamento sociale, scolastico o lavorativo. I comportamenti aggressivi sono organizzati in una condotta coerente e stabile nel tempo, ma gli atti intenzionali sono compiuti in modo solitario. Il soggetto non sceglie vittime specifiche contro cui accanirsi ripetutamente e spesso è presente un deficit neurofisiologico e impulsività.

Il disturbo della condotta è quindi descritto come un disturbo del comportamento. Il bullismo è definito, invece, un disturbo della relazione. Secondo questo punto di vista, quindi, nel disturbo della condotta non è necessario che ci sia una persona con il ruolo di vittima, ma può esserci anche solo un aggressore. Nel bullismo, al contrario, esiste sempre sia la persona con il ruolo di aggressore che quella con il ruolo di vittima.

Gerbi (2010) sottolinea come il livello di gravità e il grado di compromissione del funzionamento sociale, scolastico e lavorativo, quindi l’impatto sullo sviluppo e su una crescita sana, sia maggiore nel disturbo della condotta piuttosto che nel caso del bullismo. I comportamenti violenti nel bambino o dell’adolescente con disturbo della condotta sono imprevedibili, estemporanei e non consapevoli. L’aggressore agisce in solitudine, vìola regole o diritti altrui e non ha percezione della sofferenza dell’eventuale vittima. Nel caso del bullismo, invece, l’aggressore mette in atto intenzionalmente dei comportamenti violenti nei confronti di un altro individuo, scelto perchè non sa o non può difendersi. È consapevole di ciò che fa e della sofferenza della vittima, ma ignora il dolore arrecato. Il bullo condivide il proprio comportamento con dei coetanei, ha bisogno di far conoscere le sue condotte, non è mai solo e può contare sempre sulla collaborazione di uno o più gregari. Per cui, gli attori sul campo sono: il bullo, la vittima, gli aiutanti del bullo (sostengono attivamente le sue prepotenze), i sostenitori del bullo (supportano con incitamenti le sopraffazioni), i difensori della vittima (confortano e aiutano l’amico/compagno che subisce prepotenze) e gli spettatori esterni (sono a conoscenza delle prepotenze, ma non intervengono).

Il bullismo si caratterizza, quindi, per la presenza di una relazione bullo-vittima fondata sulla discrepanza di potere tra i due soggetti (per esempio, il bullo possiede una maggiore forza fisica, o buone abilità verbali, oppure un’ampia rete sociale, o uno status migliore, ecc.). Vi è una cristallizzazione dei ruoli nella relazione, ossia, non c’è mai un’inversione di tali posizioni. Il comportamento violento è sistematico, ripetitivo, pianificato, attivamente organizzato scegliendo accuratamente la vittima (l’individuo più indifeso e isolato del gruppo) e l’atto che arrechi il maggior danno a tale vittima. Il bullo cerca di ridurre al minimo le possibili ritorsioni o punizioni da parte degli adulti. La vittima viene deumanizzata, processo che provoca un brusco crollo della sua autostima, tanto da arrivare anche a percepirsi responsabile di quanto subìto. Gli atti aggressivi, proprio perchè fatti conoscere al gruppo dei coetanei, generano uno stato di insicurezza diffuso: anche gli spettatori avvertono il pericolo e vivono in uno stato di tensione e sudditanza.

Le azioni aggressive compiute dal bullo e quelle subite dalla vittima esercitano un feedback sull’autopercezione degli stessi e quindi dull’immagine di sé. Nasce il rischio di un “effetto alone” per entrambi i protagonisti, ossia una generalizzazione della percezione dell’immagine di sé ad altre relazioni ed aree della loro vita. I feedback sociali rinforzano questi processi, con il pericolo di cadere nella “profezia che si autoavvera”, caratterizzata dall’adeguamento del bullo e della vittima alle aspettative altrui. A questo punto il fenomeno si cronicizza.


American Psychiatric Association (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione.  Milano, Raffaello Cortina ed.

Buccoliero, E. & Maggi, M. (2008). Il bullismo nella scuola primaria. Manuale teorico-pratico per insegnanti e operatori. Milano: Franco Angeli ed.

Formella Z., Ricci A. (a cura di) (2010). Bullismo e dintorni. Le relazioni disagiate nella scuola. Milano: Franco Angeli ed.

Gerbi, R.F. (2010). “Il bullismo e il disturbo della condotta”. In Formella, Z., Ricci, A. Il disagio adolescenziale – Tra aggressività, bullismo e cyberbullismo. Roma, LAS Editrice.

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Marilena Celani

Psicologa, psicoterapeuta per adulti ed età evolutiva, psicodiagnosta, terapeuta E.M.D.R., consulente in Mediazione Familiare e insegnante di Baby Massage. Mi occupo di disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, elaborazione di esperienze traumatiche, problematicità nella relazione genitori e figli, sostegno in fasi di cambiamento del ciclo di vita, intervento in situazioni di separazione e divorzio. Lavoro nelle scuole per la formazione degli insegnanti, la gestione delle dinamiche del gruppo classe, la presenza di alunni diversamente abili, l'intervento su situazioni di emarginazione, fenomeni di bullismo o difficoltà relazionali di altro tipo. Mi occupo di gruppi di psicoeducazione per bambini e adolescenti, training sulle competenze genitoriali o corsi di Baby Massage.

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