Relazioni

Il branco, il gruppo e l’Homo Hominis Lupus

 

L’espressione latina Homo hominis lupus (l’uomo è lupo per l’altro uomo) è da sempre attuale. Plauto, in lupus est homo homini, Asinaria, a. II, sc. IV, v. 495, riassume una concezione della natura umana molto radicata nella cultura occidentale: l’uomo ha in sé l’istinto di sopraffare il proprio simile, come il lupo che, per sopravvivere, sbrana il più debole.
Tanti hanno affrontato questo argomento, ma oggi, sempre più di ieri, si sente parlare del branco che commette crimini. Mi sono interrogata sul perchè sia un fenomeno in aumento e in merito riporterò due ricerche esemplificative.

  1. L’esperimento carcerario del professor Philip Zimbardo, condotto nell’estate del 1971 da un team di ricercatori della Stanford University, a Palo Alto che ha preso alcuni studenti universitari e li ha trasformati in guardie e carcerati, giungendo a spingere i primi a sottoporre a torture i secondi alla luce della loro immedesimazione nei ruoli loro assegnati; i primi sono diventati violenti ed aggressivi, i secondi invece remissivi ed impotenti.
    Zimbardo riprese alcune idee dello studioso francese del comportamento sociale Gustave Le Bon; in particolare la teoria della deindividuazione, secondo la quale “gli individui di un gruppo coeso costituente una folla, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali”.
    Zimbardo sostenne che la trasformazione che avviene in un individuo e lo porta a commettere azioni mostruose, è il risultato di quello che chiama “Effetto Lucifero”, risultato dell’interazione tra fattori disposizionali (conformismo e scarso spirito critico), situazionali e sistemici (il sistema sociale influenza le due variabili precedenti e definisce le norme implicite o esplicite che prescrivono come agire, fornendo i ruoli cui gli individui devono attenersi supportandoli e legittimandoli dal punto di vista delle risorse, dell’ideologia delle regole dell’azione ecc).
  2. L’esperimento o meglio la performance dell’artista Marina Abramovich del 1974, chiamato “Rhytm 0”, presso lo studio Morra di Napoli. Il suo settore di indagine è la relazione con il pubblico, la corporeità e i suoi limiti e le potenzialità della mente. L’artista crea un’opera d’arte fatta di azioni che scorrono nel tempo; il pubblico è l’elemento principale, perché partecipa sia attivamente sia passivamente alla creazione dell’opera stessa. Sarebbe stata per 6 ore a disposizione di chiunque volesse farle fare qualcosa usando 72 oggetti posizionati sul tavolo davanti a lei. La conclusione dell’artista riassume in poche parole il significato dell’esperimento: “questo lavoro ha svelato qualcosa di terribile riguardo l’umanità. Ha dimostrato che in circostanze favorevoli, le persone non esitano a farti del male. Ha mostrato quanto sia facile disumanizzare una persona che non si difende e quanto sia alta la probabilità che anche le persone più normali possano diventare tremendamente violente”. Per specificità, anche in questo caso, il gruppo si divise in due (buoni/cattivi), ma senza imposizioni di ruoli, come nell’esperimento precedente.

Teniamo in considerazione il fatto che formare un gruppo, o un branco è un passo fondamentale nella crescita, nella costruzione della propria identità sin dall’adolescenza. Vediamo perché.
Il gruppo dei pari è fondamentale per l’adolescente nella costruzione dell’identità e la conquista di una maggiore autonomia.

Possiamo parlare di branco in virtù del fatto che in questa età delicata, tutto è vissuto un po’ “sopra le righe”: gli stati emotivi, la voglia di autonomia, il conflitto con gli adulti e l’autorità. Gli impulsi spesso prendono il sopravvento, la sua personalità si deve ancora definire, così come la competenza a valutare rischi e conseguenze delle proprie azioni e quelle che sono le proprie effettive capacità e risorse. Per la fragilità e l’insicurezza del periodo in sé, il branco fornisce un ambiente in cui rispecchiarsi, ottenere conferme, trovare modelli da imitare e in cui identificarsi nel delicato processo di costruzione e definizione di un proprio modo di essere nel mondo.
L’appartenenza al branco segna in un certo senso il passaggio dall’esclusività del gruppo famiglia al gruppo dei pari. Ci si distacca da nucleo familiare con un conseguente smarrimento dovuto alla perdita dei punti di riferimento a cui fino a quel momento ha fatto appello. Il ragazzo ha nei compiti evolutivi, quello di raggiungere una maggiore autonomia e maturità a livello cognitivo, emotivo e comportamentale. L’appartenenza e accettazione nel gruppo dei pari richiede un’omologazione, che non si è in grado di gestire spesso fino all’età adulta.
Il branco si definisce, in adolescenza, attraverso una propria subcultura che spesso non lascia margini di contrattazione: o dentro o fuori.

Se rapportiamo il bisogno di stare e fare gruppo con i pari e la costruzione della propria identità che portano l’adolescente a fare nuove scelte e a diventare l’adulto che sarà, fino allo stabilizzarsi del suo “essere adulto”, possiamo osservare come tutto sia una scelta personale e  sia connotata da condizionamenti contestuali dovuti alle diverse fasi evolutive.

Tornando dunque all’argomento iniziale, l’adulto è appunto in grado di scegliere se stare nel bene o nel male. Se schierarsi con i buoni o con i cattivi. Possono esserci sfumature diverse dovute alla costruzione della propria identità in adolescenza, ma da adulti si può scegliere.
Il branco però fa la sua parte. Anche tra adulti. Concordo con la tesi sostenuta da Zimbardo quando afferma: “dire che il bene e il male separano buoni e cattivi è consolatorio per due ragioni: il male è essenzializzato (qualità intrinseca di certe persone e non di altre); sostenere l’esistenza dicotomica Bene/Male assolve “le persone buone” dalla responsabilità”.
In breve la dinamica sintetizzata dalla Giudici , studiosa del caso, è:

  • “Deindividuazione: il comportamento dell’individuo non è più espressione della sua personalità ma del suo essere parte di un gruppo.
  • Deumanizzazione (o despecificazione): si relega in una sfera sub-umana l’individuo appartenente a un gruppo esterno, che viene ridotto al rango di oggetto o di essere inferiore. In questo modo viene meno il legame di di empatia con l’altro e anche il senso di colpa viene disinnescato.
  • Conformismo: tendenza, per bisogno di approvazione, ad allineare totalmente il proprio comportamento a quello della maggioranza.
  • Eterodirezione: allentamento o rimozione della responsabilità individuale che si ottiene in quanto l’individuo interpreta il suo comportamento non come proprio, ma come diretto dalle norme a lui esterne e imposte.
  • Obbedienza: propensione a sottomettersi agli ordini, anche immorali, di figure istituzionali dotate di autorità o status elevato in un determinato contesto gerarchico e/o funzionale (esperimento di Milgram).
  • Diffusione della responsabilità: il venire meno del dovere di intervenire dinanzi a una emergenza laddove siano presenti altri potenziali soccorritori, con i quali, per l’appunto, si divide la responsabilità e che conduce all’inazione o indifferenza.”

Uno spunto per riflettere su gli ultimi avvenimenti di cronaca.


Bibliografia
Zimbardo P. G., (2008). L’effetto Lucifero. Raffaello Cortina Editore.
Le Bon G., (1895). Psychologie des foules. Paris: Alcan.
Lewin K., (1948- ed It. 1967), Il bambino nell’ambiente sociale. Firenze: La Nuova Italia.

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Psicologa, Psicoterapeuta, Analista Transazionale. Lunga esperienza nel campo delle disabilità. Conduce gruppi e seminari rivolti alla famiglia e alla sua organizzazione. Aree di intervento Relazionale.

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